Quand’ella, voltandosi per prendere un tovagliuolo inzuppato dalle mani di Menica, vide entrare il dottore, gli si slanciò contro con un grido acuto, quasi giulivo:

— Bravo! venga, venga. Non c’è modo di farlo rinvenire. Guardi un po’ lei. È uno svenimento, eh? Dormiva tranquillo, stava meglio, molto meglio, la mattina è stata eccellente... Ma senta com’è freddo! Non c’è modo di ridestare il calore vitale; è questo, vede, è questo che mi fa pena...

Il medico considerava il volto sbiancato, placidissimo del povero avvocato e non osava aprir bocca. Alla fine susurrò:

— Bisogna che lei si faccia animo, cara signora, perchè... perchè...

— Perchè è andato in paradiso — interruppe Menica; — a quest’ora è già lassù, insieme a sor Battista e a... tanti altri.

Liana si lasciò cader ginocchioni a piè del letto e non articolò più sillaba.

Anche don Prato s’inginocchiò. Menica mise due candele sul comodino, le accese; quindi, aiutata da Gabriel, cominciò a dar ordine alla stanza mortuaria. Il medico ed il notaio si ritrassero a parlar sottovoce nella finestra, poi sparirono tutti e due.

Dopo un poco Liana si alzò per baciare suo padre; don Prato le si accostò, le prese le mani, le parlò lungamente, dolcemente. Ella non comprendeva assolutamente nulla e non faceva alcun sforzo per comprendere.

Si riscosse quando tutti l’ebbero lasciata; s’accorse che dal momento in cui suo padre era spirato, dovevano essere passate più ore, poichè la luce del crepuscolo veniva scemando. Sedette di nuovo, considerò il volto del babbo, il crocifisso posato sul petto, fra le mani fredde ed inerti. Oh quelle mani! Non mai ella aveva avuto di quelle mani un tal sentimento! L’avevano sorretta bambina, l’avevano accarezzata fino all’ultimo giorno. Le pareva di veder rotto tra quelle l’ultimo filo che la congiungeva ancora a tante care e perenni memorie. Queste arrivavano a folate impetuose, venivano da lontano, dai tempi della prima fanciullezza e si perdevano come in una foltissima nebbia. Apparivano in quel turbinio volti, persone, cose e luoghi ch’ella aveva conosciuto, che aveva dimenticato. Le pareva che la morte del babbo separasse nettamente il passato dall’avvenire. Ancor poche ore, poi non vedrebbe più le sue fattezze, i suoi gesti; non udrebbe più nè la sua voce, nè il rumor de’ suoi passi; sarebbe sola!

Si strinse le tempie fra le palme e rimase sotto l’impressione oscura di quel pensiero: era sola! Era sola e doveva mutare la sua esistenza, mutarne le forme. Nella sua mente continuavano a vagare immagini e pensieri indeterminati e confusi, e subitamente si sentì soprappresa da una forte ansietà: — Perchè Massimo non s’era fatto vedere neppure quel giorno? Egli ignorava dunque tutto, poichè altrimenti non l’avrebbe abbandonata in una tal circostanza. Non poteva non voler anche bene al padre di colei ch’egli amava; di quella perdita avrebbe sofferto anche lui...