Il buon babbo accoglieva sempre così festosamente il contino! Mostrava di vederlo così volentieri! Sorrideva ogni qual volta li mirava vicini e pareva chiuderli, stringerli quasi insieme con lo sguardo!

Adesso ella cercava di leggere sulla fronte marmorea che le stava dinanzi la traccia d’un pensiero che certo vi aveva soggiornato; e improvvisamente s’accorse che desiderava troppo la presenza del giovane; che un sentimento di tenerezza, ricreatrice sì ma inopportuna, s’impossessava a poco a poco dell’animo suo. Ne risentì come uno spavento; cominciò a lottare a lottare per veder le cose nella vera luce, per giudicarle con calma e con fermezza, per raccogliersi, per ponderare, per decidere.

— Oh babbo, caro babbo! — diceva ella, piangendo a calde lacrime. — Verremo a vedere tutti i giorni il luogo ove sarai... Parleremo sempre di te...

Ora Menica, ora Gabriel si affacciavano all’uscio, davano un’occhiata in giro e sparivano. Sulla prim’alba la serva si accostò alla padrona, la pregò di prendere qualche cosa, d’andare a riposare un pochino. Intanto le porgeva un biglietto:

— Questo l’han portato ieri sera sul tardi. L’avevo messo sulla madia per non dimenticarlo, e invece... Abbia pazienza.

Liana prese il biglietto, si appressò alle fiammelle che le stavano davanti immobili e ritte. Lesse, si strofinò gli occhi, guardò intorno e rilesse parola per parola:

«Amica carissima.

«Due uomini, arrivati adesso a spron battuto, mi portano l’ordine di partire nelle ventiquattr’ore per Grenoble. L’ordine è firmato da Grouchy. Non ho modo nè di sottrarmi, nè di resistere. Parto subito e mi porto la vostra immagine nel cuore. Parto col dolore di non aver osato dirvi apertamente: Liana, volete essere mia moglie? Potrò dirvelo un giorno? Quando? Pregherò Iddio che lo faccia venir presto questo giorno. Oh se potessi credere che lo pregherete anche voi!

«Massimo».

— Guardi — susurrò Menica, che contemplava il defunto, — guardi se non par proprio che dorma e che faccia un bel sogno!