XXIX.
Condotto via Massimo, la contessa si dispose subito febbrilmente a lasciar Robelletta. Mazel, Violant e Giacinto, che dovevano accompagnarla, ebbero un bel pregarla e ripregarla di aspettar almeno fino alla mattina, ella volle partire la sera stessa. Che le importava di viaggiar di notte! Che le importava che le strade fossero infestate dai banditi e dai disertori! Ella non rispondeva, forse non udiva nemmeno: anelava d’essere a Torino per consigliarsi con suo marito. Le pareva probabile che il conte, essendo rimasto sempre in città, conoscesse chi stava al governo in quei giorni. Era uomo pratico, accorto, sagace; avrebbe saputo parlare, adoperarsi, ottenere che si revocasse il provvedimento preso contro il figlio... Occorrendo si sarebbe offerto danaro, molto denaro, destramente, occultamente... Questo pensiero, questa speranza l’occupò tutta, durante tutto il viaggio, sicchè ella si trovò a Torino, al suo palazzo quasi senza accorgersene.
Il conte Annibale aveva ricevuto il giorno prima l’ordine di recarsi in Cittadella, e quei di casa non sapevano più nulla di lui.
La povera contessa rimase come annientata. Ella passò il resto della notte in camera, sopra una sedia, immobile, inerte, con gli occhi spalancati sopra una torbida seguenza di visioni le une più crudeli delle altre. Il cavaliere, il marchese e il marchesino, dormicchiavano quale sul canapè, quale su una poltrona, nella stanza vicina.
Fattosi giorno, uscirono tutti e tre per raccoglier notizie, promettendo di ritornare più tardi.
Mazel ricomparve solo, verso mezzodì.
— Dunque? — domandò la contessa, ansiosa. — Cosa avete saputo?
— Bisogna star di buon animo... — rispose il cavaliere, dopo averle baciato la mano.
— Avanti, per amor di Dio!
— Annibale è in viaggio per Grenoble, anche lui.