A quando a quando un merlo trasvolava velocissimo dall’una all’altra sponda; un uccelletto turchino passò come una freccia, rasentando l’acqua; altri uccelli con l’ali nere ed arcate, arrivarono in brigata, accennando di volersi posare sur un lembo di greto, e invece s’inalzarono rapidi con acuto stridìo. E dai pioppi bianchicci, dalle scure quercie fronzute, uscivano voci gutturali e sommesse, un monotono tubare di tortore e di colombi, superato da gorgheggi, da trilli, dallo schiamazzo sgangherato delle gazze e delle ghiandaie.

La giovane signora e i suoi due compagni, per ricreare più comodamente lo sguardo con l’ampia amenità della veduta, sedettero sull’erba.

— Dunque — disse Liana, rompendo la prima il silenzio: — questa è la Folia, quella la Varaita; e come si chiama il bosco ove noi siamo? Mi par che debba avere un nome dolce, dolce e gaio...

— Il Bosco dei morti — rispose Ughes.

— Oh! E perchè?

— Ho sentito dire che scavando poco sotto il fior di terra, si trovan dell’ossa.

— Pare — aggiunse Massimo, — che ci sia stata una battaglia nel secolo passato... o Dio sa quando!

— Una battaglia qui? — esclamò Liana. — In un luogo così appartato, quieto, ridente?

— Tu non sai — disse Ughes, grave — che quando gli uomini sono per scannarsi diventano ciechi.

— Altro che ciechi! — esclamò Massimo — bisogna vederli. Eppure è sempre stato e sarà sempre così.