La contessa giunse le mani:
— Signore, vi ringrazio!... Perchè non me l’avete detto subito?
— Perchè... perchè... non so nemmeno io. Ho detto che le cose vanno male, ma debbo anche dirvi che la città, i cittadini si mantengono relativamente tranquilli. Dunque non temete di nulla. State in casa, fate tener chiuso il portone, e chiuse le finestre che guardano in istrada. Io tornerò stasera, tornerò domani. V’informerò esattamente di tutto; lasciate fare a me.
Il 30 di aprile erano arrivati a Torino, scortati da due o tre squadroni di cavalleria, i direttori della Cisalpina, e con loro tutti quelli che avevano fatto parte del Governo repubblicano, o che avevano qualche ragione di paventare la rabbia degli austriaci. Ogni giorno si vedevano comparir truppe lacere, malconcie, spossate, smunti i visi, torvi ed umiliati gli sguardi; venivano ambulanze, barocci e carrette di feriti, munizioni, armi, bagagli a rifascio: eppure si parlava sempre di vittorie francesi, di mosse strategiche maravigliose, di ridotti e di fortini imprendibili, di acque inguadabili, di battaglie definitive.
I patrioti girondolavano per le strade coi capelli tagliati à la Brutus, à la Titus, o arricciolati à la Caracalla; con cappelli tondi e berretti frigi, la carmagnola, e i calzoni lunghi. Cantavano, bestemmiavano, chiedevano armi e bandiere, per correre a salvar la Repubblica o morire.
Avevano ottenuto dal generale Grouchy il permesso di incominciare una coscrizione volontaria. La sala del Liceo Nazionale rintronava di evviva e di grida bellicose. Il presidente Bonvicino vi pronunziò una concione che principiava così: «Non è, e non sarà giammai estinto negli animi dei Piemontesi il sacro amor della Patria. L’entusiasmo della libertà, che non conosce alcun ostacolo, gli infiamma, e sanno essi emulare li gloriosi esempi dei valorosi Repubblicani, opponendo alle mercenarie falangi squadre invincibili di energici difensori della libertà.
«Ombre dei nostri Amici, e Compagni Martiri della Libertà, esultate. L’ardore, che vi ha animati, infiamma li nostri cuori, e le bandiere Repubblicane acquistano nuovi seguaci».
E terminava invitando i cittadini, che non conoscevano altra gloria che l’amor della patria, ad accorrere. La coscrizione essendo volontaria, nessun coscritto sarebbe stato astretto a seguitar le bandiere. «L’onta sola di aver simulati sentimenti gloriosi, seguirà coloro, che si ritireranno!»
Mentre i realisti della capitale fremevano e stavano sull’aspetto, mentre nel Consiglio di amministrazione della guardia nazionale si cominciava con prudenza a pensare al modo di consegnar Torino all’esercito confederato, quando se ne presentasse l’opportunità, nelle provincie si operava molto gagliardamente.
A quella parte del clero regolare e secolare che aveva aderito al nuovo ordine di cose, succedeva quella che lo abominava. Nei conventi non si ballava e non si banchettava più; non si vedevano più frati giudici del Tribunale di alta polizia, o capitani della guardia nazionale; non si vedevano più canonici e parroci inneggiare ai generali francesi, folleggiare per le vie e per le piazze, e mescolarsi ai patrioti per far galloria nei clubs e nelle feste, dichiarandosi liberi, uguali, repubblicani e fratelli.