Il 9 maggio, quattro giorni prima della strage di Carmagnola, anche Asti si era sollevata. Una turba di campagnuoli, stimolati dai loro curati, condotti da un tal Battista Mo, nativo della Cisterna, erano entrati in città, gridando: — Viva la fede! viva San Secondo!
Il padre guardiano dei Cappuccini, accompagnato dai suoi frati e preceduto dal crocifisso, s’era recato sulla piazza maggiore e vi aveva fatto una efficacissima predica, seguìta tosto dal saccheggio del palazzo municipale, della chiesa del Carmine, ov’era la cassa militare dei francesi, e di parecchie case dei così detti giacobini.
I francesi, tirate prima alcune cannonate dal castello, poi usciti contro i rivoltosi, già sprovvisti di munizioni per il lungo sparare all’impazzata, ne avevano trucidati molti e ributtato il resto fuor di città.
Il generale Meusnier, venuto sagrando e rapinando da Alessandria, trovato il paese quieto, era ripartito lasciando al comandante Flavigny l’incarico di ricercare e punire i colpevoli.
Niente di più facile: Flavigny fece agguantare a caso novantacinque persone e ordinò all’avvocato Doglio di istruire prontamente il processo. Se la cosa era semplice per il Mo e per pochi altri rei convinti, non lo era affatto per i molti che si gridavano innocenti come bambini di fascia. Il comandante accordò all’avvocato, per cavarsi d’imbroglio, tutta la giornata del 14 maggio; ma la mattina del 15 perdè la pazienza, esaminò egli stesso gli arrestati, ne liberò nove e ne trattenne ottantantasei.
A questi si fece tosto sapere che sarebbero giudicati in Alessandria, e si distribuì loro una razione di pane per il viaggio. Verso sera furono condotti e fatti fermare in piazza d’armi.
Discorrevano tranquillamente tra loro, ed alcuni avevano anche accanto amici e parenti venuti a salutarli, quando si vide arrivar Flavigny col pennacchio al vento, la divisa sbottonata, accesa la faccia per l’ira e fors’anche per il buon vino d’Asti, ch’egli usava bere fuor di misura. Come si fu avvicinato, impose ai prigionieri di raccomandarsi a Dio. Quelli che non intesero subito, capirono poi udendo rullare i tamburi, vedendo i soldati muoversi, attorniarli, chiuderli tutti contro il muro ch’era in fondo. Vi fu un istante di sbalordimento mortale; poi grida, poi urli; un urtarsi, un dibattersi, un nascondersi gli uni dietro gli altri; chi tentava fuggire alla disperata, chi si atteggiava follemente a resistere, chi cercava nel muro freneticamente coll’unghie un’uscita; parecchi si abbandonavano in terra come stracci; i più vicini ai soldati stendevano loro le braccia, chiedevano pietà piangendo, gemendo, strillando.
Un altro rullo; poi uno strepito orrendo, il fragore d’un gran drappo violentemente squarciato. Una nube grigia ravvolse i condannati, e subito cominciò a diradare. Non erano tutti morti, no: più qua e più là alcuni barcollavano come ebbri o si trascinavan carponi; il resto era tutto un ammasso, un viluppo di corpi sussultanti, di membra agitate e convulse. Ancora un comando, e la cavalleria si slanciò menando le sciabole; passò schiacciando, stritolando, schizzando in giro la lurida melma sanguigna...
A Torino fioccavano gli ordini, i decreti, i proclami. Fiorella minacciava di continuo, e insisteva perchè la Municipalità minacciasse. Il generale in capo dell’esercito d’Italia, rinnovandogli ordini già dati, ingiungeva: «Ai Generali Comandanti le divisioni dell’Annata di far fucilare alla testa delle Colonne, e nei villaggi li più adatti, qualunque contadino rinvenuto armato di stiletto, o di fucile, e che farà fuoco sulle Truppe Francesi, e qualunque individuo armato che sarà arrestato in un attruppamento, che non faccia parte della Guardia Nazionale approvata dalle Autorità costituite, e senza la coccarda Francese.
«Qualunque casa, dalla quale si farà fuoco sui Francesi, sarà consegnata alle fiamme».