Il cittadino Carlo Luigi Buronzo Del-Signore, arcivescovo di Torino, pubblicava lettere pastorali per raccomandare la pace, la concordia, l’amor del prossimo, la sommissione all’autorità e il rispetto alle leggi.

L’Amministrazione generale poi, considerando gli sforzi che per ogni dove facevano i nemici della Libertà ad oggetto di distruggere il Governo repubblicano e ristabilire la tirannia, considerando che quanto era grande la loro rabbia e livore contro i repubblicani, altrettanto validi e pronti dovevano essere i mezzi onde contenerli, ecc., ecc., decretava che si punisse di morte chiunque fosse convinto di aver ordito macchinazioni contro il Governo repubblicano, o contro la sicurezza e la vita dei francesi o dei repubblicani di qualunque nazione, o ad oggetto di ristabilire la monarchia; chiunque gridasse viva il Re, o viva qualunque altra potenza in guerra contro la Repubblica; chiunque fosse convinto d’aver suonato o istigato altrui a suonare campana a martello per attruppare il popolo contro il Governo repubblicano o contro i repubblicani; chiunque distribuisse armi, viveri o denaro all’oggetto di promuovere insurrezioni contro le truppe francesi o altra qualunque forza armata per la difesa della Repubblica; chiunque fosse convinto di aver portato le armi contro le truppe repubblicane.

Decretava che si dichiarassero nemici della patria e si punissero di morte gli ecclesiastici convinti d’essere stati promotori di attruppamenti sediziosi.

Decretava che tutti i comuni, nell’abitato dei quali rimanessero uccisi, od arrestati o spogliati soldati francesi o piemontesi accorrenti alla difesa della Repubblica od in viaggio pei loro rispettivi corpi, o patrioti di qualunque nazione, fossero assoggettati al quadruplo delle imposizioni ordinarie, qualora non svelassero gli autori di tal delitto e non somministrassero le necessarie prove; che tutti i comuni nei quali rimanessero uccisi popolarmente o con tumulto soldati francesi, piemontesi o patrioti di qualunque nazione fossero immediatamente incendiati ed atterrati fino alle fondamenta.....

I torbidi crescevano, si estendevano, e il sangue scorreva, scorreva, scorreva.

Ciravegna, primo granatiere di Piemonte, ferito a Tolone, quindi, dopo l’armistizio di Cherasco, sottotenente negli usseri di Condè, tornava in patria, si recava a Narzole, dove era nato, a Bene, dove aveva amici, e raccoglieva un corpo d’uomini arrischiati e feroci come lui. Il 12 maggio, assalito il presidio di Cherasco, lo discacciava furiosamente; il 23 riusciva a respingere il generale Partonneau, che gli veniva contro con tremila uomini.

Il generale Delaunay, giunto a Cuneo, smanioso di vendicarsi in qualche modo dell’insulto e del danno patito a Carmagnola, s’era portato con un nervo spedito d’uomini contro Mondovì, ma aveva ricevuta la sconfitta e la morte.

Moreau, poichè gli austro russi s’avanzavano sempre con somma prosperità a destra e a sinistra del Po, si ritirava pure a Cuneo. Aveva aperta, verso Francia, la strada di Tenda e dell’Argentera, ma parendogli utile di ripigliar Mondovì, inviò Garrau e Frassinet, ai quali si unì pure Seras, che tornava da castigar Busca. Avevano ottomila fanti, quattrocento cavalli, e otto cannoni.

I sollevati, sotto il comando del conte di Germagnano, del cavaliere di Vonzo e di Giacinto di Montezemolo, confortati da don Marengo, elemosiniere del reggimento Mondovì, resistettero per quattro lunghe ore. Ma poi, essendo i cavalieri di Garrau riusciti a guadare il torrente che serviva loro di riparo, a impadronirsi dei loro quattro pezzi e a rompere i quadrati, morto per di più Montezemolo, la battaglia si cambiò in sanguinoso, orribile macello.

Era appena mezzodì.