Quei di Mondovì avevano inondati i campi, sbarrate le porte e aspettavano dietro le loro vecchie mura, rincorandosi con esortazioni scambievoli. Frassinet mandò un ussero a intimare la resa; prometteva di contentarsi del pagamento di una certa somma. Si rispose con un rifiuto, ed essendo cominciato subito il fuoco, l’ussero cadde.

L’aiutante generale annunziò ai soldati che dava la città in loro piena balìa. L’amor della patria, delle mogli, dei figliuoli, delle sostanze infiammava i cittadini contro gli assalitori e predatori; la bramosia di spuntarla, la riputazione che acquisterebbero con impadronirsi della città, la speranza e la cupidigia d’un grosso bottino stimolavano i soldati.

I monregalesi, tenendosi sicuri e scorgendo i francesi avanzare sotto una grandine impetuosa di palle, nell’acqua giallastra che in molti luoghi giungeva alla cintola, davano loro la minchionella, e chi faceva un verso e chi un altro, chiamandoli ranocchi, ranocchioni. Ma bentosto vedendo più qua e più là arder le case tocche dalle granate, cominciarono prima pochi, poi molti, a lasciare le mura per correre a spegnere gl’incendi; mentre i francesi, offrendosi anche a loro il destro di cuculiare, lo facevano in dialetto, con parole imparate dai molti piemontesi militanti con Seras, e gridavano con quanto ne avevano in gola: — Babi cheuit! babi cheuit! babi cheuit! — vale a dire rospi cotti.

Scemata l’efficacia della difesa, i tre rioni furono subito invasi: Seras irruppe in Carassone, Frassinet in Breo, Garrau in Piazza. Tre colonne, tre masnade di assassini senza fede, senza legge, senza misericordia. In un momento le strade, le case, le chiese, i monasteri, i conventi furono pieni di grida forsennate, di risa feroci, di urli, di pianti, di lamenti. I cittadini, sbalorditi, esterrefatti, non facevano più fronte in alcun modo. I vincitori si cacciavano da per tutto avidi di preda, sitibondi di sangue, briachi di furore; distruggendo, stuprando, gavazzando senza ritegno. Di che fossero capaci lo seppero i preti, lo seppero le monache, lo seppero tanto i realisti, quanto i repubblicani. In sì duro frangente tutti si dichiaravano patriotti: dunque a che distinguere, a che indugiare?

La città perdette circa mille dei suoi abitanti, e fu danneggiata per ben tre milioni. Passando poi Moreau là vicino per ridursi in Liguria, la fece riprendere dalla divisione Grouchy; e l’esercito, negli otto giorni in cui stette accampato in quei luoghi, bruciò Rocca de Baldi, Morozzo, la Margherita, tutte le cascine dei dintorni, e commise nefandezze d’ogni specie.


La città di Torino era oramai circondata, bloccata dai briganti, come chiamavansi i contadini. Questi adesso avevano un capitano: Brandalucioni, Branda-Lucioni o Branda de’ Lucioni, antico ufficiale austriaco in riposo. Era con lui, qual luogotenente, un conte Oddone Arnaud di San Salvatore; gli facevano da segretari due cappuccini; da stato maggiore preti e frati d’ogni risma; lo seguiva una turbaccia, una genìa sanguinaria, abbietta e sciagurata. Aveva cominciato a far gente nel Novarese e nel Vercellese, al grido di: Viva il Re! Viva l’Imperatore! Viva Gesù! Viva Maria! ed a muoversi verso Torino. Nei villaggi sostituiva una croce all’albero della Libertà, s’inginocchiava e pregava; talvolta anche si confessava e comunicava; poi mangiava e beveva, sopra tutto beveva saporitissimamente, e allora diventava oratore facondo e agitatore bollente dell’accozzaglia armata, alla quale aveva dato il nome di Massa cristiana. Conosceva personalmente Gesù Cristo e i maggiori santi del paradiso, che tutti lo amavano, lo consigliavano, lo favorivano; perciò era sicuro di riuscire a purificare dai repubblicani non solo Torino, ma Parigi, ma tutta quanta la Francia.

I detti erano buffi, i fatti atroci. Egli ed i suoi parlavano di religione, e rapinavano nelle chiese; di morale, e commettevano le più turpi violenze; di legge, e mettevano tutto a soqquadro. Facevano guerra ai giacobini, e giacobini erano per loro tutti quelli che si potevano spogliare; case di giacobini tutte quelle a cui si poteva dare il sacco. La diversità di opinione era il migliore, il più comodo dei pretesti, e sempre adoperabile. Serviva a mettere nelle mani degli antichi condannati i giudici antichi; a far cadere in balìa dei più sozzi ribaldi donne e fanciulle onorate. Poteva dirsi perduto chiunque avesse interessi opposti o lite con qualcuno della banda. I cristiani della Massa riuscivano infesti a tutti: agli agricoltori, ai quali rubavano bestiame e derrate; agli artigiani, turbati da continui terrori; ai mercanti, poichè privavano d’ogni sicurezza le strade. Erano i degni fautori, la degna avanguardia di quegli altri difensori e ristoratori della religione cattolica, gli austro-russi, che s’inoltravano da conquistatori bastonando, malmenando e trucidando i parroci che non volevano o non potevano dar loro danaro; che involavano i vasi sacri e si ungevano gli stivali con l’olio santo; che atterravano le porte delle chiese in cui si rifugiavano donne, e strappavano loro le orecchie o mozzavano le dita, per aver quanto vi brillava: oro od argento; che facevano con le baionette le vergini atte a quanto ancora impediva natura; che legavano ai tronchi i mariti, per farli assistere al disonore delle mogli...

In quel dolcissimo mese, in quelle giornate luminose e fragranti, per le verdi campagne innamorate scorrazzavano le bande scapigliate e violenti. Branda avanzava spiantando gli alberi, piantando le croci, si batteva il petto, infiammava le turbe con la sua eloquenza incalzante e avvinazzata, e non si chetava che per digerire. La bordaglia accorreva; ed egli, sentendosi sempre più forte, stabiliva il suo quartier generale a Chivasso, faceva incursioni nelle terre vicine, e taglieggiava i villaggi.

A Leynì, Caselle, San Maurizio, Ciriè che rifiutavano di sottomettersi e di riconoscere in lui l’inviato di Dio e del Re, rispondeva che presenterebbe le sue credenziali al chiarore delle loro case incendiate.