«Tutti i bravi Repubblicani, che vorranno far parte di questa spedizione acquisteranno un diritto alla pubblica riconoscenza, avranno la gloria di aver contribuito a restituire la calma all’agitata nostra Patria, e di aver fatto sparire da questo suolo i nemici della Religione, della libertà, e della prosperità Nazionale».

E il 29 fiorile, il Generale Comandante tornava ad insistere:

«Malgrado il terribile castigo, che hanno già provato alcune Comuni, malgrado li sentimenti che ho dimostrato ne’ miei Proclami, veggo con dolore, che esistono ancora uomini assai perfidi per propagare l’insurrezione, e che si sforzano d’ingannare li bravi abitanti d’alcuni villaggi.

«Una Colonna mobile di Truppe Francesi, e di molti Patriotti desiderosi di sterminare questi ribelli va a riunirsi a Chivasso. Bravi abitanti delle Comuni sareste voi meno avidi di gloria dei vostri Concittadini? Potreste voi allontanarvi senza vergogna da quest’armata, mentre scellerati saccheggiano, e derubano le vostre proprietà, senza risparmiare le vostre mogli, ed i vostri figliuoli?

«Riunitevi dunque ai bravi, che si portano a Chivasso. La Patria riconoscente aspetta da voi gli sforzi i più generosi, e voi avete un doppio interesse, poichè la vostra Comune è già stata minacciata da questi briganti.

«Vi prevengo infine, che tre altre Colonne sono in marcia per sottomettere li ribelli d’Asti, d’Alba, Cherasco e Mondovì.

«Vi ripeto per l’ultima volta, RICONOSCETE IL VOSTRO ERRORE, O VOI SIETE PERDUTI SENZA ALCUN RIPARO».

Intanto si viveva nell’aspettativa e nell’apprensione. I patrioti più ardenti continuavano a correre le vie gridando: — Repubblica o morte! — a far adunanze e discorsi, parlando di Sparta, Roma, Atene, Cartagine; a far proclami per invitare i concittadini a scuotersi, ad arruolarsi, a formare una Legione Sacra ed invincibile. I più tepidi nicchiavano, tornavano pianamente alle foggie antiche, compravano parrucca e codino, e pensavano al modo di mettersi in salvo il più presto possibile.

I realisti stavano sull’intesa, fremevano e si agitavano ansiosi. Mentre la guardia nazionale vegliava sulle persone e sulle proprietà, il Consiglio di amministrazione apriva segrete pratiche con Branda Lucioni. L’Amministrazione generale, stabilita in Pinerolo, decretava che tutti coloro i quali avevano un patrimonio maggiore di cento mila lire, fossero obbligati, sotto pena dell’esecuzione militare, a dare, sia in denaro, sia in grano, come taglia anticipata ed entro il termine di due giorni, il due per cento del capitale posseduto. E Fiorella metteva il: Visto ed approvato.

Passavano di bocca in bocca voci sempre nuove, che la Municipalità, d’accordo col buon comandante, si affrettava a smentire. Il parlamentario austriaco, che si diceva si fosse introdotto in città, non era che un emigrato, il quale sarebbe stato esaminato a tenor delle leggi. Non era vero che il generale pensasse ad abbandonare la città al saccheggio: anzi assicurava i cittadini tutti della più sincera sollecitudine a loro vantaggio. Non era vero che le provvigioni d’ogni genere che entravano in Cittadella per la porta detta della Città, uscissero poi per quella di soccorso...