Ma il popolo non badava più nè ai decreti, nè ai proclami; non potendo altro si sfogava con le chiacchiere, e vedeva con la fantasia i cosacchi che si avvicinavano alle mura sui loro cavallucci, saltabeccando e caracollando.

XXX.

Il 25 maggio le porte di Torino, che dal principio del mese si chiudevano alle sette, furono chiuse improvvisamente alle due dopo mezzodì; e tutt’a un tratto si udì tuonare il cannone sul monte dei Cappuccini.

La Massa cristiana? I briganti? Diavolo, non si sapeva che avesser cannoni! Gli austro-russi forse?... Le persone competenti giudicavano trattarsi di artiglieria non grossa, ma da guerra sciolta: l’esercito confederato doveva disporre di ben altri ordigni.

Il fuoco durò quasi innocuo per qualche tempo; dalle mura si rispondeva pigramente; poi tutto parve finito.

Verso sera un ufficiale superiore — non si sapeva se russo od austriaco — s’avvicinò al borgo del Pallone alla testa d’una colonna, e intimò inutilmente la resa.

Venne la notte. Grosse pattuglie giravano, cercando e ricercando tutte le strade, tutti i chiassi. Le luci che trasparivano più qua e più là dagli spiragli; certe voci sorde, certi cupi rumori assai mostravano che l’ombra era per i torinesi piena di sospetti e di apparecchi, e che tutti sentivano intensamente l’inquietudine del domani sconosciuto.

L’alba temuta, desiderata, spiata apparve alla fine, si diffuse, penetrò nelle case; si spensero i lumi, si aprirono le porte e le finestre, i cittadini cominciarono a darsi attorno per vedere di scoprir paese.

Il generale che aveva piantato le sue batterie sul monte dei Cappuccini si chiamava Wukassovich, e comandava l’avanguardia imperiale. Alla casa municipale si ricevette assai per tempo una sua lettera.

«Dal Borgo di Po, 26 maggio 1799».