«Mi è noto, che i pacifici abitanti di codesta Città di Torino non hanno preso le armi, che per difendere le loro proprietà in queste critiche circostanze, e non giammai per servirsene inutilmente contro di noi. Invito dunque codesta Municipalità, e tutta la Guardia nazionale in nome della proposta sua salvezza d’indurre il Comandante francese ad abbandonare subito queste mura. La disfatta della sua armata, e la debolezza della sua guernigione, non gli permettono sicuramente di sostenersi a fronte delle nostre armi vittoriose. Procuri, che questa città sia resa colla più grande celerità possibile, servendosi ove sia d’uopo di quella fermezza, che la caratterizza, senza del che, il rigore militare mi obbligherà di cangiare in severità i riguardi particolari, e quella stretta disciplina, che io, e le mie Truppe desidererebbero offrire a codesti abitanti come un segno di quell’unione perfetta, che ci lega a tutti i popoli Piemontesi.

«Attendo una risposta nel termine di due ore, e sono colla più verace stima.....»

E la risposta era stata questa:

«La Municipalità, e Guardia nazionale di Torino al signore B. Wukassovich Generale Comandante della Vanguardia Imperiale.

«Avete ben giudicato, signor Generale Comandante, dei sentimenti di questa Municipalità, e della Guardia nazionale pel maggior bene de’ cittadini di questa Comune. Essendo noi interessati a mantenere l’interna sua tranquillità, ed a tale unico oggetto essendo diretta l’istituzione della Guardia nazionale, dovettimo senza dubbio rivolgerci, come avete preveduto, al Generale Fiorella Comandante di questa città e cittadella, e lo abbiamo fatto con ispeciale deputazione di quattro dei nostri membri per indurlo a non permettere, che sia danneggiata la città, e gli suoi abitanti dalle armi Imperiali. Quanto trovò egli adattato al nostro posto il nostro zelo, altrettanto ci fece sentire con calore vivissimo, che non stava a noi d’ingerirci nella resa della città; che erano in sua mano le porte e che al primo affronto alle truppe, che le difendevano, avrebbe corrisposto coll’incenerire dalla cittadella in poche ore questa città da lui dichiarata in istato d’assedio; che egli per fine secondo le regole di guerra non mai avrebbe permessa la resa della città, senzachè prima si vedesse forzato da un numero imponente di forze, e dalla superiorità dell’assediante.

«Furono vane ogni nostre rimostranze in contrario, e lo sdegno del Generale alle parole di resa ci obbligò ad un ingrato silenzio, ma necessario per il riflesso, che è in suo potere di rendere infelici presso a centomila innocenti qui abitanti.

«Eccovi, signor Comandante Generale, il risultato della nostra ambasciata: essa ci ha convinti che il Generale Francese riserva a sè solo la cognizione di questo affare. Non vogliate voi però ascrivere a difetto di fermezza in noi l’inutilità di questo passo, speriamo anzi, che l’umanità vostra, e la grandezza d’animo, che regna fra i vostri, vi consiglieranno tutti i maggiori riguardi verso di cittadini tranquilli, ed inermi, e meritevoli di non sentire i furori della guerra. Vi porgiamo a quest’effetto le più calde nostre instanze, assicurandovi della riconoscenza nostra e del rispetto, con cui siamo.

«P. S. Vi preghiamo per la nostra tranquillità, e giustificazione di farci tenere la ricevuta di questo foglio».

Ormai non c’era più dubbio: la capitale era circondata, investita da ogni parte. Nelle vie l’agitazione ora cresceva, ora scemava. La gente passava alternativamente dal timore alla speranza, dall’ardire allo scoramento. Correvano di bocca in bocca i nomi dei generali, dei personaggi che erano o si supponeva fossero sotto le mura: Suwarow Kimniski, feld-maresciallo, il principe Bagration, il marchese di Chasteler, il barone De Melas..... Tutti signori ben intenzionati, venuti per rimetter tutto in assetto, e perciò appunto non bisognava farli aspettare. Non bisognava anche dimenticare che fra i loro soldati, sedicenti difensori della religione cattolica, v’erano luterani, calvinisti, greci scismatici e maomettani..... Sa Iddio a qual rovina sarebbe stata condotta la città, se Fiorella si ostinava veramente a resistere! Si sapeva che egli aveva risposto picche la sera prima, picche quella stessa mattina. Bisognava vedere come aveva rimpolpettato i quattro municipalisti mandati a fargli la commissione: — Ah çà! che cosa significava questo ingerirsi, questo ficcare il naso nei suoi affari? Le cannonate vi dànno fastidio? Hé! mes amis, c’est la guerre. Vos rois, vos ducs l’ont voulue; allez vous plaindre auprès d’eux! — E buona notte.

Parecchi cittadini che erano addentro nelle cose del Consiglio di amministrazione della guardia nazionale, avevano cominciato a rassicurare i parenti, gli amici, comunicando loro notizie segrete e importanti. Il Consiglio e la Municipalità non erano stati in ozio quella notte! Non solo avevan cercato di venire agli accordi con Wukassovich, ma anche mandato il conte Adami e gli avvocati Settime e Berta a Suwarow, per trattare la resa. Prima di sera si sarebbe visto probabilmente un bel gioco. — Ma zitti, eh! monsù Fiorella non deve saper niente, Dio liberi! — E di parente in parente, d’amico in amico il segreto girava, si divulgava; i realisti credevano, si rincoravano, si rallegravano; i patrioti alzavan le spalle.