— Oh! — interruppe Massimo — sento anch’io un orrore sincero, spontaneo per le crudeltà, le prepotenze, i soprusi... — Tacque, trasse il temperino e prese a scortecciare nervosamente un tronco ch’era lì presso, mormorando tra’ denti: — Questo almeno non soffre.

— Mah! — fece Ughes, — Che ne sa lei?

— Se soffre l’albero, soffrirà anche l’erba! — esclamò Liana, osservando che suo marito ne aveva strappata una buona manciata.

— E i fiori, naturalmente! — ribattè Ughes, indicando il mazzo ch’ella aveva in grembo.

Si alzarono di consenso e presero attraverso il bosco, l’un dietro l’altro, aprendosi il passo con le mani e con le braccia in un guazzabuglio intralciato di frasche e di cespugli. Uscirono finalmente nei campi e s’avviarono verso casa, voltando le spalle all’infocato chiarore dell’occidente. Passarono d’una in un’altra viottola, discorrendo intorno a cose di poco momento, barattando osservazioni sul tempo, sull’aria, sulla poesia della campagna in quell’ora; finchè giunsero a un crocicchio, ove il contino si fermò.

— Se restasse da me — diss’egli — continuerei così, magari fino al paese. Ma alle sette precise devo trovarmi a Robelletta... Ora io li ringrazio senza fine della loro amabilità...

— Che! — fece Ughes — tocca a noi ringraziare. E se mai... adesso lei sa a che ora si esce.

— Lo so, lo so! E si figuri se ci verrò volentieri. Lei è mille volte gentile.....

Quella sera Ughes e sua moglie parlarono assai di Massimo. Tutti e due eran d’accordo nel non trovare in lui neppur l’ombra di boria o d’alterigia, ma una cortese e piacevole franchezza.

— Però — diceva il medico, pacatamente — non bisognerà far troppo a fidanza con lui. Egli è tale in campagna, può essere che in città diventi un altr’uomo; e che incontrandoci a Torino, non si degni, per esempio, neanche più di ricambiare il saluto. Son cose che succedono.