«Bonvicino, Amministratore.
«Franchi, Segr. agg.».
— In complesso — disse Massimo tra sè, quand’ebbe finito di leggere, — le cose si mettono bene. Ci resta a espugnar la Cittadella. Sta bene, all’occorrenza darò anch’io una mano, ma prima... Oh! prima...
E tornando verso il palazzo, sporgeva innanzi il labbro inferiore, e tentennava il capo ogni tantino, come chi sta pensando e discutendo fra sè stesso un importante disegno.
Giunto nel suo quartierino, staccò dalla parete, esaminò e caricò accuratamente i due Kuchenreuter, le sue pistole predilette; poi, lasciandole sul cassettone, uscì di nuovo e andò nella scuderia. Accostatosi al cavallo che i francesi gli avevano dato in cambio di Frontino, vide che essendo stato in riposo e ben pasciuto nei giorni passati a Pianezza, mostrava il fianco assai tondo, il pelo lucido e liscio, e pareva gli fosse entrato addosso un certo brio, che prima proprio non aveva.
— Non sei Frontino — diceva Massimo, passandogli la mano sul collo e sulle spalle e battendolo leggermente, mentre l’animale abbassava le orecchie, scrollava la testa e faceva l’atto di mordicchiare. — Non sei Frontino, e non gli somiglierai mai, povera bestia, ma pazienza! portami dove voglio andare domani, e saremo amici in eterno. — Volgendosi poi allo stalliere, soggiunse: — E tu non lasciargli mancar niente, fa che abbia da mangiare quanto vuole; e vedi anche come gli stiano i ferri.
Mezz’ora dopo, uscendo dalle sue stanze, la contessa trovò suo figlio che camminava innanzi e indietro per la sala, serio e pensieroso.
— Non sei uscito? — diss’ella.
— Sì — rispose Massimo. — E lei ha riposato? Ha dormito?
— Ho dormito quasi due ore e mi sento bene, mi sento tutta rinvigorita. Dunque, sentiamo, che cosa hai visto?