Massimo riferì in compendio quanto aveva letto negli affissi, poi continuò infervorandosi a poco a poco:
— Insomma, presto tutto sarà accomodato, e può darsi che i dispiaceri si volgano in allegrezza. Sarebbe tempo. Facciamo i conti: siamo nel ’99, i francesi hanno cominciato a vessarci nel ’92: sett’anni e parecchi mesi. Finalmente se ne sono andati. Non tengono più che questa benedetta Cittadella; un osso duro a rodere, ma non importa, ne verremo a capo o prima o poi. Si apriranno le trincee, si cominceranno gli approcci... Io vedo già una bella prima parallela da San Salvario a porta Susa, una seconda, una terza... Vedo già i russi coi grandi elmi che copron le spalle, coi guanti lunghi a uncini, con le scale in pronto... Però bisognerà fare il possibile per facilitare loro l’impresa; trovar buoni lavoratori per i trasporti di terra, per gli scavi... Le pare?
La contessa, ritta in mezzo alla sala, stava attenta per veder dove andasse a parare; quel calore, quell’entusiasmo le sembravano leggermente fittizi.
— Anzi — ripigliò Massimo, componendo il volto a un mezzo sorriso: — stavo appunto pensando se non fosse opportuno d’andare domani fino a Robelletta, e tornar doman l’altro con una buona squadra di contadini volenterosi, muniti di vanghe, zappe, picconi. Se ne potrebbero far venire alcuni anche dalla Florita. Sarebbe dare il buon esempio... Son certo che presto si pubblicheranno inviti, circolari...
— E naturalmente — disse la contessa sottovoce — darai una scappata anche a Murello?
Massimo arrossì, esitò un istante, poi ruppe in una furia di gesti scomposti.
— Ebbene sì. Andrò anche a Murello. Non so più niente da tanti giorni. Son tribolato da troppe paure. Ho un bel volermi persuadere che Liana... che la signora Ughes sta bene, che non le è accaduto nulla di sinistro, non ci riesco. Sarà un’idea mia, sarà una immaginazione, ma... Santo Dio! dopo tutto questo trambusto... E avrei tanto bisogno di un po’ di pace! Lei lo sa, lei lo vede, lei che mi vuol bene. Non è vero che mi vuol bene? Signora madre, permette, acconsente che io vada? Guardi, mamma, ho sofferto abbastanza, ho sofferto abbastanza!
La contessa aveva posato una mano sulla spalliera di un seggiolone, e la stringeva nervosamente, come per prender vigore e preparare la risposta. Pareva volesse pur soffocare qualche cosa che le si ribellava nel petto.
Massimo la guardava fisso, studiando la sua fisonomia, cercando leggervi anticipatamente quello che ella stava per dire.
— Vieni qui — disse la contessa, dopo un momento di silenzio. — Dimmi: tornerai presto?