— Subito — rispose Massimo, con quel respiro che vien prodotto dal batticuore, — subito; glielo prometto.
— Dio dunque vi benedica e vi renda felici... Ma adesso non parlarmene più, te ne prego; non parliamo più di questo.
XXXII.
Non parliamo più di questo.....
E Massimo ossequente, timoroso, non osò quasi aprir bocca in tutta la sera. Andò a letto presto; dormì poco e si alzò all’alba, deciso di mettersi senza indugio in cammino. Nell’atto in cui adattava nelle fonde della cintura le sue pistole, gli parve di non essersi congedato abbastanza affettuosamente da sua madre; ne sentì rimorso; pensò che sarebbe stato bene rinnovarle la promessa di tornare senza fallo il giorno appresso, e... domandarle anche, arditamente, se non fosse il caso d’indurre l’avvocato Oliveri a venire subito con la figlia in città.
— Qualche cosa dovrà rispondere — diceva egli tra sè. — E forse forse verrò a conoscere che cosa ha voluto dire con quel suo: Dio vi benedica...
Egli aveva meditato tanto quella notte, su quelle parole: «Dio vi benedica e vi renda felici!» Che cosa potevano significare?... Che la contessa si arrendeva, si piegava, lo lasciava libero di star con Liana; che non intendeva più di frapporre ostacoli alla loro unione, anzi augurava loro ogni prosperità... Il senso della frase era questo; ma riafferrando l’atto, la voce, lo sguardo con cui era stata pronunziata, si sentiva cader dal cielo e sprofondare nel dubbio. Era dunque un destino? Egli non sarebbe proprio mai arrivato nè a comprendere, nè a farsi comprendere in questo mondo indiavolato?...
Battè i piedi con impazienza: per parlar con la contessa, bisognava aspettare che si fosse svegliata... Essa era andata a letto stanca, spossata; chi sa fino a che ora avrebbe dormito! Come impiegar questo tempo? Come vincere l’inquietudine che lo torturava? E se in quel mentre Liana fosse in pericolo? Che pericolo? Ne vedeva tanti, ne vedeva troppi, era uno sgomento, una scurità, una cosa orrenda a pensarci!
Passeggiò un poco, triste e scontento; poi tornò a battere i piedi, e uscì in cortile per dar un’occhiata al cavallo. Il cavallo era in punto; con un salto fu in sella, e alcuni minuti dopo era a porta Nuova. Là egli dovette fermarsi per lasciar entrare una lunga, esotica schiera di fanti, preceduta da tamburi e da pifferi, seguita da una specie di ospedal volante, e da un guazzabuglio di bagagli, vivandiere, animali, monelli.
Un colpo di canna ch’egli vide piombar sulle spalle di un tenente, lo sdegnò per modo che, rivolgendosi al comandante percussore, gli disse in faccia, a tutta voce, che le bastonate si davano ai cani e non agli ufficiali d’onore. Colui non intese o non volle intendere, e tirò via senza rispondere.