Uscito all’aperto, Massimo s’accorse subito che non avrebbe potuto nè riposar l’animo, nè ricreare la vista. Il suo occhio veniva ad ogni momento rattristato da oggetti dolorosi. Più qua e più là, nei campi che non imbiondivano ancora, si vedevano branchi di cavalli pascenti. Squadriglie di cosacchi barbuti, con le lancie attaccate dietro le spalle, andavano attorno, unicamente intenti a frugare, a razzolare, a carpire. Le cascine avevano un aspetto desolato e silenzioso, quasi fossero tutte vuote di abitatori; le ville, le case padronali mostravano gli usci sforzati o sconficcati, le imposte sgangherate o pendenti, le invetriate rotte; ogni cosa guasta, fracassata dalla soldatesca o dai briganti che le avevano invase e spogliate.
Dov’era gente, ivi erano luridi cenci e miseria ammontata. Vecchi, donne, fanciulli alzavano i visi estenuati, e le mani scarne e tremanti verso il giovane, il quale raccapricciava pensando che, mentre quelli si rammaricavano e piagnucolavano accovacciati contro i muri delle loro casupole, altri a cui il digiuno aveva già levato le forze, morivano nell’interno lentamente di fame.
Massimo raccapricciava e soffriva; quel giorno la sensibilità dei suoi nervi era tanta e così squisita, che ogni minimo urto dato dalle cose esteriori, gli faceva fare lo sbalzo istintivo d’un uomo punto in una parte vitale. Mentre un pensiero fisso lo occupava tutto, lo travagliava di continuo, impressioni fugaci, sinistre, attraversavano a quando a quando il suo spirito, turbandolo e contristandolo.
Si fermò a Carignano sol quanto bastava per ristorarsi e per lasciar riposare il cavallo; poi si rimise in viaggio e per il Ceretto, Campagnino, Lombriasco, giunse ove doveva varcare il Po.
La chiatta si staccava in quel momento dall’altra riva.
— Ho già dato una voce — disse un uomo di mezza età, magro e cencioso, ritto accanto a un somarello carico di pentole, pentoli e pentolini. — Ho già dato una voce ed è là che viene.
Massimo scavalcò e aspettò stropicciando nervosamente la rena col piede.
— Lei — riprese il pentolaio, dopo averlo squadrato: — viene magari già dalla capitale, eh?
Il contino accennò di sì con la testa.
— Feste anche là, eh? — continuò l’altro. — Purchè la duri. La settimana passata la gente non ha fatto altro che correre incontro agli alemanni. Ne ho sentite delle campane! Ne ho visti degli stendardi, e dei San Rocchi, dei Sant’Antoni, dei San Giovanni in processione! Ma, dicevo io a quelli con cui parlavo, non sapete che gli alemanni vengono di fuorivia ed hanno un’altra religione? Cosa volete che ne facciano dei nostri santi, se non li conoscono? Se non rispettano nè i preti, nè la roba dei preti. Don Castagna, prevosto di Settimo, si lagnava con uno di questi generaloni che i corazzieri gli avessero rubata una pisside e pizzicata a fondo la serva. Ero presente, monsù, sa cosa ho sentito rispondere?... Vada, vada, reverendo, vada in chiesa, canti un Te Deum e non mi rompa l’anima. Precise parole.