Il sangue gli si mosse tutto e con tant’impeto, che, snervato com’era, credette di smarrire le forze e di cascar da cavallo.

Un contadinello, che veniva dal viale, scorto il padrone, voltò indietro e fuggì a tutta corsa. Il cancellone era spalancato; la rimessa, la tettoia, la casa rustica erano là, quali Massimo le aveva sempre vedute; la casa signorile non sembrava più che uno scheletro informe.

Il contino smontò macchinalmente in mezzo al cortile, e guardò. Provava la sensazione di chi, vedendosi in sogno sull’orlo d’un abisso, vorrebbe ritrarsi, e sente come una mano enorme che gli calca le spalle, e lo spinge, lo spinge... Mille domande, mille enigmi sorgevano, si confondevano tumultuariamente nel suo cervello. Come poteva accadere che una casa restasse così senza tetto? E la camera della contessa dov’era? E la sua? E quella dove dormiva Mazel? E le altre, le altre? Com’era possibile che quelle pareti fra le quali avevano vissuto tante persone si fossero trasformate in quel modo? Quattro muri disgregati e anneriti, poche travi ridotte in carbone, e cenere e polvere e macerie. Tutto perduto insomma, tutto consumato, sfumato, sparito, come le gioie, i dolori, i fastidi, le speranze, i rimpianti d’un tempo!

In un angolo del cortile v’era un mucchio di mobili, un arruffio di suppellettili salvate o risparmiate dal fuoco. Che roba era quella? Perchè era lì?... Ad un tratto egli riconobbe una veste di mussolina trapunta d’oro, che era l’abito favorito di sua madre; ebbe al cuore un sussulto, e alzò la testa come se si svegliasse.

Il gastaldo teneva per la briglia il cavallo; era allibito e pareva di sasso. Quattro o cinque contadini, che stavano presso al portone, si fecero avanti in punta di piedi.

— Che disgrazia, neh! — mormorò il più vecchio.

— È stata una gran brutta faccenda — disse subito un altro.

— Io non ho più potuto nè mangiare, nè bere — susurrò un terzo.

Il contino si buttò sur una seggiola tutta bruciacchiata, ch’era lì a due passi.

— A te! — diss’egli, volgendosi a Devalle. — Parla.