— Oh Signore! — esclamò questi — creda che mi par d’aver tutto il mondo addosso. Proprio tutto... Non sapeva niente?

— E che vuoi ch’io sapessi?

— Ho mandato un uomo apposta stamattina. Non l’ha incontrato? Veramente avrei dovuto mandar ieri, ma, come le ho detto, mi par d’aver tutto il mondo addosso...

— Avanti, avanti...

— Dunque oggi ne abbiamo 28, eh? Il 25 a sera è capitato qui un signore, un signorino anzi; si vedeva che veniva da lontano: la sua bestia, un muletto, era coperta di schiuma e teneva la testa bassa... Mi domandò se la signora contessa era a Robelletta. Risposi che non c’era nessuno. — Non c’è rimedio — mi disse — dormirò sul fieno. Così sia. — Io... Ah! badi che la sua faccia non m’era nuova; quel giovinotto lì è già stato qui a pranzo e a cena, e più d’una volta. Dunque io ho creduto bene di dirgli che avevo le chiavi e che se voleva un letto... Ho fatto male, ho fatto malissimo, e mi pentissi tanto dei miei peccati quanto d’aver fatto quell’offerta...

— Com’era?

— Chi? Il giovinotto? Pareva non potesse star nella pelle, ecco.

— Ma...

— Del resto sano, svelto, denti di lupo, naso da aquilotto... Basta, accettò la camera, accettò anche qualche coserella per cena che gli portò mia moglie; poi andò a letto dicendo che voleva ripartire prestissimo per arrivar a Torino a buon’ora... Infatti andò via che era ancor notte. Cinque minuti dopo abbiamo visto le fiamme. Bisognerebbe essere un astrologo per saper com’è successo, ma io son sicuro che non l’ha fatto con malizia, e dove non è malizia non è peccato...

— Ma insomma?...