IV.
Il tempo, torbido fin dal mattino, si andò rabbuiando dopo mezzogiorno; certi gran nuvoloni neri, posati qua e là sulle creste dei monti, si allargarono, si addensarono, chiusero a poco a poco, intorno intorno, tutto l’orizzonte. Verso le quattro l’aria grave ed inerte si commosse, cominciò a soffiare quel venticello umido e freddo che suol precedere la burrasca; nel momento in cui Massimo entrava nel cortiletto di casa Ughes, s’udì il rumoreggiar lungo e lontano del tuono.
— Bravo! — esclamò Ughes, ritto sull’uscio. — Vuol far burrasca, ma niente paura.
— Uhm! — fece il contino — non credo, sa.
— Come? Non vede com’è chiuso; non sente come brontola, laggiù? A momenti vien giù il diluvio... Non è vero, Gabriel?
Il colono passava pian piano, avviato al giardino.
— Parlano del tempo, neh? — egli chiese. — L’ho già strologato bene anch’io. Se Quel di lassù ci vuol mandare ancora dell’acqua, pazienza! Ma per carità, che non ci mandi granella! Sarebbe bell’e finita.
— Il signor contino è persuaso che non pioverà.
— Può aver anche ragione. Dice il nostro proverbio:
Temporal ven d’an montagna