Pia la sapa e va ’n campagna.

— Bene — disse Massimo — andiamoci anche noi?

— Noi due, se mai — rispose Ughes, — perchè non so se mia moglie vorrà esporsi...

Lasciò la parola in tronco e alzò il viso: grosse gocciole furiose cominciavano a rigar l’aria obliquamente, bevute tosto dal terreno inaridito. D’un tratto il tuono rimbombò fragoroso e vicino.

— Ehi! — fece Massimo — comincia a dir davvero!

— Dio ce la mandi buona — borbottò il colono.

Il medico e il contino entrarono in casa; trovarono Liana che lavorava nel salottino da pranzo. Riusciva già difficile intendersi. Alla romba dell’acqua che veniva giù a secchie, s’univa il mugghiar del vento, e il tuono minaccioso, frequente, preceduto da lampi vivissimi; i quali, guizzando fra le tende, inondavano la stanza di luce sinistra.

Per quasi un’ora parve che il cielo, tutto convertito in acqua, si volesse rovesciare sulla terra; poi la burrasca si allontanò, dirigendosi verso Torino.

Passato ogni pericolo di veder la pioggia mutarsi in gragnuola, i due uomini, ch’erano rimasti in piedi dietro le invetriate, vennero a seder vicino alla signora. Taceva il vento, taceva il tuono, ma l’aria era ancor fosca. La luce, livida e scarsa, rischiarava un breve spazio del pavimento intorno alle finestre, lasciando il resto del salotto nell’ombra.

— Che peccato! — esclamò Ughes — oggi si doveva andare alla Torre della Rea, e invece ci tocca star qui tappati.