— È vero — disse Liana — ma almeno dimmi com’è; perchè la chiamano così.
— È un torracchione quadrangolare, posto sopra un rialto artificiale. Nel passato si dice che abbia servito di prigione a una gran dama trovata infedele dal marito, al presente serve di granaio e di magazzino ai contadini d’una cascina annessa. — Sostò un momento e riprese: — Non dimenticherò mai la prima volta che ci sono andato.
— Oh! — fece Liana — E perchè?
— Sentirai. Racconterò qui, quello che ti volevo raccontar per istrada. È un fatterello che rimonta al tempo in cui ero giovane, molto giovane. La buon’anima di mio zio, che voleva avviarmi per medico, cominciava allora a condurmi qualche volta con sè, forse per agguerrirmi, per avvezzarmi forse a veder soffrire... Un dopo pranzo d’estate, non saprei dir di qual anno, venne gente a chiamarlo perchè andasse più in fretta che poteva alla cascina della Torre, ove il capo di casa, già allettato da parecchi giorni, aveva fatto a un tratto un grave peggioramento. Ci mettemmo in cammino... L’uomo giaceva in un misero letticiuolo, attorno al quale stavano inginocchiati piangendo un giovinetto e tre ragazze di lui minori; una donna, ritta vicino al capezzale, ogni tanto gli bagnava la bocca e balbettava parole di conforto. All’entrar del medico, cedè il posto. Il moribondo ci salutò; e si mise a parlare con significazione di tanto dolore della sua condizione, dello strazio di lasciare una vedova e quattro orfani in mezzo alla strada, che la moglie e i figli scoppiarono in lagrime. Venne il prete, un buon cappellano, che cominciò subito a discorrere del dovere di rassegnarsi al volere di Dio, di sperare ciecamente in Lui, e sacrificargli senz’altro ogni pensiero terreno. Quindi porse un Crocifisso al poveretto. Questi lo baciò con gran compunzione, benedisse i figli, disse addio a colei con la quale aveva vissuto trent’anni d’amore e d’accordo; poi, rivoltosi verso il prete, gli disse: — E adesso non mi parli più che di Nostro Signore e della Madonna degli Orti. — Il buon sacerdote temendo che l’accoramento degli astanti non distraesse l’agonizzante, li fece ritirare nella stalla contigua. Seguii lo zio nell’aia e sedetti vicino a lui sur una trave. Mi ricordo che udivo distintamente il rantolo aspro e precipitato dell’infelice che lottava con la morte, i gemiti e i singhiozzi dei suoi, ed a quando a quando, qualcuna delle parole che il prete andava pronunziando con una dignità così soave che m’inteneriva e meravigliava. Io non aveva ancora assistito alla morte d’alcuno, ero in un’età in cui il morire par cosa tanto impossibile, che mi sentivo l’anima scossa in modo nuovissimo. Era un misto di stupore, di ribrezzo, di compassione, di paura. Lo zio pareva di pietra; nè parlava, nè si muoveva. Pregava? Meditava? Non lo saprei dire. Dopo un’altra mezz’ora, o forse più, d’agonia, il malato spirò. Rientrammo in casa. Mentre il cappellano cercava di confortare il giovinetto e le ragazzine, il medico soccorse la donna di consigli e credo anche d’un po’ di denaro, poi si congedò. Il sole era tramontato da un buon poco, e l’aria si abbuiava di più in più. Tutti e due avevamo il cuor pieno e la mente occupata, e si camminava rapidamente e in silenzio. A un certo punto provai la sensazione d’aver qualcuno alle spalle e mi girai di netto. Che rizzar di capelli! Lì, a quattro passi, c’era, che so io? una cosa... una cosa smorta, ignea, aeriforme, indescrivibile. Misi uno strido, mi gettai addosso allo zio, che s’era pur voltato, e mi aggomitolai dietro di lui perchè mi servisse di scudo. Lo zio guardò un momento, poi dette in una bella risata: — Bestia! — mi disse — è niente. Su via, acchiappa e porta qui. — Accortosi che mi mancavano le ginocchia, mi pigliò per la mano e mi tirò verso l’oggetto. Questo balzò indietro, tornando a inseguirci non appena ci fummo rimessi in cammino. Lo zio mi spiegò poi che quello non era altro che un fuoco fatuo, uno di quei vapori luminosi che si sollevano di notte dai terreni umidi e grassi, paludi o cimiteri, e sono generati da sostanze animali in istato di decomposizione; meteore innocue, e così vane e leggiere, che la corrente d’aria prodotta dai passi basta ad attirarle o a respingerle. La spiegazione era semplice e chiara, ma io ne avevo trovata un’altra che mi pareva anche più verosimile. Che meteora! Che vapore! Quello era lo spirito del povero contadino a cui avevo veduto chiuder gli occhi, e ci seguiva per ringraziare alla meglio il dottore di quanto aveva fatto per i suoi.
Mentre parlava, Ughes s’era avvicinato più famigliarmente a sua moglie; e questa stava tutta attenta a udirlo. Massimo, a cui essi non badavano più, li guardava fissamente; era un po’ pallido, con qualche cosa di convulso negli angoli della bocca. Quando il medico tacque, egli scattò in piedi.
— Non vuole aspettare che spiova? — chiese Liana, credendo che volesse andar via.
Il contino non rispose, pareva assorto in un altro pensiero.
Ughes pure si alzò, andò ad aprir l’uscio che rispondeva sul giardino.
— Qui cade appena più qualche goccia — diss’egli; — ma laggiù, dalla parte ove deve andar lei, sor contino, piove a ciel rotto. E come lampeggia! Misericordia! Creda a me, stia ancora un poco con noi.
L’orologio, posto in un angolo, dentro una stretta ed alta cassa di noce, battè alcuni tocchi. Nel salotto nessuno li contò, ma la serva comparve sulla soglia e dette alla padrona un’occhiata espressiva. Questa intese e rispose con un gesto.