— Cosa c’è? — domandò Ughes, spensieratamente.

— C’è — rispose Menica, facendosi avanti con le mani arrovesciate sui fianchi — che ho fatto la zuppa alla giacobina; e adesso è cotta e bisognerebbe pigliarla nel suo vero punto.

— E pigliamola! — esclamò Ughes. Si rivolse a Massimo e soggiunse con accento franco e cordiale: — Se volesse restar servito?

— Luigi! — mormorò Liana, confusa. — Ti pare?...

— Dico se vuole, se crede... Ci farebbe un favore, ecco.

— Non vorrei guastare — disse Massimo, che moriva di voglia d’accettare senz’altro.

Menica non si tenne di ficcar nuovamente il suo naso.

— Non guasta niente affatto. Si figuri! Quando ce n’è per due, ce n’è per tre. Poi, posso anche aggiungere un piatto di piccioni all’improvviso. Son già morti, spennati, vuotati...

— Basta — interruppe il padrone; — aggiungi i piccioni e apparecchia. Il signor contino gradirà il buon cuore. La casa è piccola, la cucina corrisponde alla casa, la mensa alla cucina, e via dicendo.

Il modo con cui era stato fatto l’invito, quello con cui era stato accolto, promettevano una cena piacevole, lieta, senza cerimonie, qual fu realmente. Liana ed Ughes, considerando la naturalezza del contegno di Massimo come indizio d’una gran semplicità di abitudini, non si sentivano per nulla impacciati. Menica, rassicurata, incoraggiata, imbaldanzita dal vedere ch’egli mangiava e beveva gustosamente come e forse più che i padroni, andava e veniva moltiplicandosi.