— Ecco qui due belle trote, trote alla ussara. Mezz’ora fa sbattevano ancora la coda. — Pollastra in calzoni; cucinata proprio secondo una ricetta stampata nei libri. — Crema alla sultana. Ho fatto la crema invece dei piccioni, pensando che c’era già la pollastra...

E proclamò così, trionfalmente, ogni portata, senza badare ai cenni di Ughes ed agli occhi di Liana, che le dicevano di smettere.

Alzandosi da tavola, passarono in giardino, avvertiti dal chiacchierìo delle passere, che fuori le cose si mettevano bene.

Il temporale, cacciato dal vento, girava sulle Langhe; un immane ammasso cinereo si trasmutava continuamente, pieno d’un balenìo arrabbiato e silenzioso. In alto però il cielo era nitido come il cristallo e già ricco di stelle.

— Che sera, eh! — esclamò il medico, giulivo. — Chi l’avrebbe detto due ore fa?

— Che bellezza! — disse Liana, indicando una stella. — Come brilla!

— Non è la mia! — mormorò Massimo, sorridendo.

— Eh! — fece Ughes. — Chi sa!

— Son nato sotto un’altra — rispose il contino; — una stelluzza modesta, dimessa, confinata in un angolo appartato del firmamento; una di quelle che si mostrano tardi e spariscono presto. Signora Ughes, cerchiamola insieme?

— Eppure — osservò il medico — molti e molti piglierebbero il suo stato, e lei si lamenta!