— Infatti... può darsi ch’io abbia gran torto a non contentarmi. Se si sta alle apparenze, sicuro che dovrei essere felicissimo... Ma la felicità non è cosa di questo mondo. Ecco tutto.
Pareva avesse già detto più di quanto voleva dire, ma ad un tratto, quasi portato irresistibilmente ad aprire il suo cuore, ricominciò a parlare abbandonatamente di sè. Discendeva da una famiglia che in Torino, per titoli e per ricchezze, primeggiava da tempo immemorabile. Il conte Annibale, suo padre, godeva molta reputazione di onestà e di senno, e in addietro era stato incaricato di tante pubbliche ingerenze, che non aveva avuto l’agio necessario ad educare l’unico suo figliuolo. Per questo, e perchè v’era l’uso di vivere in famiglia con sostenutezza e con cerimonia, lo aveva sempre veduto di rado. Così pure la contessa Polissena, sua madre, non era mai stata con lui quanto sarebbe bisognato. Da piccino egli s’era sempre trattenuto ora con la sua governante, donna di mente ottusa e di sentimenti volgari, ora con una sua vecchia parente, che mostrandogli soverchio affetto, lo educava male e lo viziava goffamente. Dagli otto ai dodici anni era stato affidato a un certo pedagogo, che ogni giorno, a quell’ora precisa, lo conduceva a dar il buon giorno alla mamma; poi in chiesa a servire la messa; indi a casa a far colazione, studiare i rudimenti del latino, ripassare l’albero genealogico della famiglia; che dopo desinare lo menava al passeggio, e daccapo in chiesa, al rosario; infine a risalutar la contessa e a letto.
Il giorno stesso in cui compiva dodici anni, suo padre lo aveva presentato all’ufficio del soldo, e così era entrato nell’esercito, prima soldato, poi cadetto, poi ufficiale; seguendo le guarnigioni, addestrandosi negli esercizi militari, adempiendo sempre con voglia e con cura le incombenze che gli venivano assegnate. Era scoppiata la guerra, ed egli...
Qui tacque, si morse il dito, e alzandolo, lo scrollò minaccioso. Si calmò quasi subito, lasciò cadere le braccia, piegò il collo, come se quell’assalto di passione, provocato da memorie amarissime, lo avesse spossato.
— Basta — ripigliò poi, con voce sommessa, — tiro via, che adesso non mi vo’ confondere con certi pensieri. Tutto muta nel mondo, e verrà pure il tempo in cui i padri e le madri non terranno più lontani da sè i loro figliuoli; non si contenteranno più d’ammetterli ad ore fisse a una udienza di formalità, introdotti dall’aio, dall’aia, dal prete, dal servitore, dalla cameriera ad offrire una specie d’omaggio di sudditanza... Non so se le cose vadano da per tutto così...
— No! — esclamò Ughes — no che non vanno da per tutto così. Ve ne sono, sa, delle madri che si rammentano che Dio pone nelle loro mammelle il cibo dell’infanzia, e non isdegnano affatto d’essere le nutrici dei loro piccini; padri che li menano seco al passeggio quando son grandicelli; case nelle quali i figliuoli conversano gaiamente con chi è del sangue loro, e ricevono insegnamenti, ammonizioni, carezze da labbra e da mani che sono loro care.
— Lei pensa ai suoi? — chiese il contino.
— Il babbo è morto l’anno in cui son nato; e non avevo ancor l’uso della ragione quando morì la mia mamma.
Vi fu un silenzio. La quiete solenne componeva i loro cuori a soave mestizia; destava in loro un turbamento di affetto che non avrebbero saputo esprimere.
— Mia madre è buona, però — mormorò Massimo, raumiliato, pentito del suo sfogo, — tanto più buona di me. E mi ama veramente. Anche mio padre mi vuol bene... Ma, santo Dio, con lui bisogna rigar diritto, troppo diritto!... E il troppo stroppia!