V.
Era il gran giorno, quello in cui doveva aver luogo il pranzo che la contessa Claris offriva ai signori ed ai preti del contorno. Don Prato arrivò tutto trafelato all’ingresso del viale, mise la mano al taschino e non vi trovò l’orologio. Si ricordò subito che l’aveva lasciato sul cassettone. Meno male, non l’aveva perduto; ma intanto si trovava al buio!
Era tardi? Era presto? Gl’invitati erano già entrati? Avevano ancor da giungere? Come fare a saperlo? — Si levò il cappello, e asciugandosi il viso col fazzoletto e soffiando, considerò il cancello e le finestre della villa. — Uhm! Andar avanti e arrischiar d’essere il primo?... E se la contessa, l’illustrissima signora contessa, fosse ancor nelle sue stanze? Disturbare, frastornare una dama di quel calibro! Far la figura dell’affamato con la servitù! Oibò, oibò!... Ma l’idea di presentarsi e veder tutti a tavola, gli metteva i brividi fin nei capelli. Egli era sempre venuto col cappellano della Madonna, timido come un coniglio anche lui, e si facevano animo a vicenda. Ma il poveretto era morto sei mesi prima. Si sentiva il cuor piccolo e riboccante di dubbi: — Aveva poi capito bene? L’invito era poi davvero per quel giorno? E per mezzodì?
— Piovono novità da tutte le parti — diceva tra sè; — le mode cambiano secondo i gusti o i capricci, non potrebbe darsi che nelle case aristocratiche quest’anno si pranzasse alle tre, come si pranzava una volta? Bene; e se invece or fosse in uso l’anticipare? Questa è pur una gran tribolazione!
Sedeva or sull’una or sull’altra delle panche che si facevano riscontro; s’avviava verso il cancello; tornava sulla strada, guardava a destra ed a sinistra, ora gemendo, ora bofonchiando.
Ad un tratto sentì un chiasso di voci allegre e, quasi nel medesimo tempo, vide venir avanti una piccola brigata composta di quattro uomini e di una donna. Questa era una brunetta, molto elegantemente abbigliata, e pareva piena di brio e d’una certa arditezza. Le stavano ai fianchi due giovinotti attillati, leggiadri, disinvolti, pronti ad assisterla nei passi difficili.
Così la sostenevano quando trovavano sassi od ingombri, l’alzavano da terra ove fosse polvere, fango o pacciame. Li seguiva il cicisbeo in titolo, dispensato dai servigi ordinari e forte del suo diritto di porgere il braccio alla dama a tempo opportuno. Veniva ultimo, tutto flemma, il marito, percotendo le frasche con una graziosa mazzettina d’ebano guernita d’argento.
Voltarono nel viale; ma prima di entrar nel cortile, i due minori serventi posero a terra un ginocchio, e la bella donnetta favorì l’uno con l’appoggiargli una mano sulla spalla, mentre accordava all’altro la grazia di spolverar le scarpette.
Don Prato, pensando non si convenisse ad un prete entrare con una compagnia così allegra, aspettò.
Dalla parte di Polonghera arrivò un legnetto scoperto, tirato a sghimbescio da un gran cavallo grigio. Vi stava rannicchiata una coppia di vecchietti pomposi: il maschio in parrucchino ad ali di piccione, con un abito verde-porro ed un panciotto marrone; la femmina con una veste cangiante ed un cuffione alto mezzo metro, adorno di sgonfi e di gale.