Il parroco salutò e indugiò ancora. Vedeva avvicinarsi, tenendosi con gran riguardo nel mezzo d’una via traversa che faceva capo alla strada, un gentiluomo di bella presenza; questi portava il suo cappello sotto il braccio, per non sciupare la mirabile anellatura del crine, e si riparava dal sole con un ombrello di seta; non si discerneva che cosa diavolo avesse intorno alle gambe.
— Stivali non sono — diceva il parroco, sbirciandolo così da lontano, — ghette nemmeno; paiono fogli di carta... E lo sono! Ha i piedi e le polpe rinvolti e legati in tanti fogli di carta. Uhm! ecco una moda che non abbellisce nessuno.
Il nobil signore si approssimò, rispose alla levata di cappello del prete; sostò e, sciolte speditamente le sue estremità impacchettate, tirò avanti lindo e illibato come se uscisse in quel mentre di casa.
Don Prato, che ora non temeva più di arrivar troppo tardi, pensava già a superare le difficoltà dell’entrata; era sempre un affare, nella confusione del primo momento, discernere la padrona di casa tra l’altre dame e andar diritto a lei, senza scambiare. Decise di prendere il gentiluomo per guida; gli si cacciò dietro, entrò con lui nel salotto ov’erano quelli che li avevano preceduti. Si sentì subito sollevato, scorgendo che la compagnia era assai minore degli altri anni.
Egli non aveva ancor finito di far riverenze, quando l’uscio della sala da pranzo fu aperto, e si vide la tavola bellamente apparecchiata.
La contessa prese il braccio del cavaliere Mazel e andò a mettersi dirimpetto all’uscio dal quale entravano i piatti. Tutti gli altri presero posto a piacimento. Si recitò il benedicite; e, fatto il segno della croce, ciascuno ricambiò coi vicini un saluto e l’augurio d’un buon appetito. Cominciò allora l’andirivieni silenzioso dei servitori, il tintinnìo riguardoso delle posate, l’acciottolìo prudente dei piatti.
La tovaglia e i tovagliuoli erano finamente damascati; la porcellana di Sassonia, di ricca e graziosa fattura; ma dell’antica stupenda argenteria di casa Claris, non si vedeva più che quello ch’era strettamente necessario. Il conte e la contessa avevano ottemperato con vero zelo al Regio Editto del 14 ottobre 1792, nel quale si ordinava ai sudditi tutti, come pure ai luoghi pii, chiese e monasteri, di mandar alla Zecca il metallo prezioso superfluo. Non v’erano poi sulla mensa nè bottiglie, nè bocce, nè bicchieri. Due domestici a ciò designati, s’accostavano a chi accennava, porgendo sur una sottocoppa calici e ampolle. Un altro, abbigliato severamente di nero, attendeva a trinciare. Il maestro di casa soprintendeva al servizio.
La contessa Polissena, in capo di tavola, aveva a destra il bel barone Nizzati, a sinistra il cavaliere Mazel; a un lato sedeva la vispa contessina Acquadro, coi suoi tre patiti; all’altro il conte Acquadro, Massimo Claris, la veneranda dama Ghigliestra col venerando marito; in fondo stavano don Bonhomine, don Prato e un altro prete, certo don Macari da Racconigi.
I tre reverendi mangiavano appetitosamente, in silenzio; mentre la conversazione cominciava alquanto ad animarsi qua e là. La bruna contessina ora interrogava l’uno dei damerini con una paroletta discreta; ora rispondeva all’altro con una risatina sommessa; cinguettava un momento col terzo; e, di quando in quando, chinava la testolina vezzosa, come per concentrarsi in sè stessa, poi la rialzava pian piano e fissava Massimo con due occhi scintillanti e procaci.
Ma il contino non le dava alcun contraccambio; mangiava poco, parlava meno e pareva facesse tutti i suoi sforzi per attendere a quanto gli dicevano il conte Acquadro e la vecchia dama, fra i quali sedeva.