Il vassallo Ghigliestra, poi, era pieno d’una voglia che non lo lasciava ben avere. Uomo ambizioso, ma di poca accortezza, non aveva saputo porsi vicino alla padrona di casa ed ai cospicui signori che le stavano a lato. Sentiva in confuso che parlavano del Re, della real famiglia, della Corte, dei ministri, del gran mondo; e s’immaginava che s’andassero comunicando Dio sa quali notizie curiose ed importanti. Poterne afferrar qualcheduna e portarla con sè a Lombriasco!
C’era di che farsi un bell’onore coi maggiorenti del paese! E li vedeva, colla fantasia, tutti raccolti sotto il suo pergolato, attenti a lui solo, come contadini alla predica. Perciò si sporgeva, e, mirando la contessa Polissena, inarcava le ciglia e arrischiava di tanto in tanto qualche sorrisetto, qualche cenno del capo, secondo la frase o le parole che gli veniva fatto di raccapezzare.
Parendogli poi venuto il momento di far sentire anche la sua voce:
— Mi gode proprio l’animo — diss’egli, mellifluamente, — mi gode proprio l’animo nel sentire che il nostro amatissimo Sovrano s’è rimesso bene in salute.
Siccome s’era detto per l’appunto il contrario, nessuno rispose. E poichè il marito aveva parlato, la moglie volle seguirne l’esempio.
— Ah! — diss’ella — bisogna che sia robusta davvero Sua Maestà, per star bene con tanti pensieri, tante cure, e in tempi come questi!
— Tempi brutti, tempi calamitosi — brontolò don Bonhomme, col naso nel piatto.
— Il frumento si paga lire otto l’emina — riprese flebilmente la dama, — il miglio lire nove, i ceci dieci, le lenticchie dodici. La gente soffre e si lamenta; non sa con chi sfogarsi e se la piglia con noi.
— In questo ha torto — disse il conte Acquadro; — ma chi ha fame non ragiona. Credo però che bisognerà prender presto qualche nuovo provvedimento.
— Se ne son già presi tanti — osservò il barone Nizzati.