Alla fine si alzò e si mosse. Liana lo accompagnò nel cortile, poi alla porta che metteva in istrada. E fu là che Arignani concluse:
— Basta — diss’egli, — ora che la Dio mercè ricomincia miglior serie di cose, anzi un’epoca veramente felice, ora che sia il Bechio di Murello, sia i Bechi di tutto il Piemonte, sono o scappati, o nascosti, o in gabbia, o all’inferno, e non possono più nuocere, lei deve tornare in città. Cosa vuol far qui sola soletta? Lei è troppo giovane, lei è troppo... bella per vivere in un luogo così fuor di mano. Tanto vale ritirarsi in un convento. In un convento almeno ci sono le monache, tante monache; la compagnia è una gran cosa. Qui non ci siamo più che noi: don Prato ed io, due vecchi barbogi. A Torino troverà parenti, amici, amiche... gente del suo ceto insomma. L’avvenire è nelle mani di Dio, e chi sa che Dio non le prepari qualche gran novità. Io le auguro tutte le felicità che può desiderare. Lo dicevo con don Prato ieri sera.
— Grazie! — rispose Liana — ma non posso partir così subito...
— Ah subito no! Nè subito, nè sola. Bisogna aspettar qualche giorno. Io andrò di sicuro a Torino per il ritorno del Re, che sarà presto, spero. Parlerò con gli amici del paese, con gli amici dei contorni; e quando saremo una comitiva, non avremo più nessuna paura. Lei, l’avviserò tre o quattro giorni prima, caso mai volesse approfittar dell’occasione. Va bene così?
Liana fece nuovi ringraziamenti al buon notaio, poi, quando se ne fu andato, passò in giardino. Un gran nuvolo nascondeva il sol cadente; l’ombra densa pareva pesar sul villaggio, si estendeva fin sopra la casa. Liana la sentiva sul cervello, la sentiva sul cuore. Prese a camminare sotto gli alberi senza alcun pensiero determinato.
Ad un tratto la campana della parrocchia rintoccò; ella si scosse, uscì dal cancelletto, attraversò il piazzale, discese nel cimitero. Inginocchiata sulla tomba del povero avvocato Oliveri, ella pregò a lungo. Si rivolse prima supplichevole a Dio, poi a suo padre. Applicò tutta la sua mente a evocarlo e presto venne nella persuasione che il defunto l’udiva. Udiva, sorrideva, le leggeva nel pensiero: — Ah tu vuoi un consiglio, eh? Tu vuoi un consiglio? Eccomi, vengo a te. Ma non alzare la testa, non cercar di vedermi. — Ella si coprì gli occhi con una mano e tosto si sentì come sotto un’influenza magnetica, sotto un fascino soprannaturale. Sì, suo padre le era vicino. Ma come? In ispirito, o quale l’aveva sempre veduto da vivo? Cosa strana: ella non riuscirà a rappresentarselo alla fantasia sotto nessuna forma.
— Eppure — pensava — per me egli esiste, per me esisterà sempre. — E tendeva ansiosamente l’orecchio.
Continuava a sentirne la presenza, e pianamente, soavemente, quasi come un’emanazione di questa, le tornavano alla memoria, le penetravano in cuore le parole pronunciate da Arignani.
Era dunque questa la risposta di suo padre? Anche lui la consigliava a partire, a lasciar quella specie di vita claustrale?
Si alzò commossa alle lacrime; tornò meditando donde era venuta.