Il nuvolone aveva invaso tutto quanto il cielo. La luce spariva. Le raganelle gracidavano di foga, così che il giardino ne pareva pieno.
Liana andò a seder sotto il cipresso. Nei giorni addietro, quel giorno stesso, fino a mezz’ora prima, le principali occupazioni dell’animo suo erano il rammarico incessante di aver perduto il padre, l’aborrimento dello stato presente e un vagar faticoso dietro a mille aspirazioni indefinite. Ed ecco che il cuore, che le pareva d’aver gonfio e pesante, era tornato subitamente leggiero. Il sangue non scorreva più nelle vene con veemenza febbrile, generando ardore, fastidio, inquietezza insoffribili, ma irradiava per tutto il corpo, per tutte le fibre uno spirito di refrigerio e di dolcissima attesa.
Era seduta sotto il cipresso e respirava con la bocca semi aperta e gli occhi chiusi, l’aria soave, resa olezzante dall’adulta primavera. Aveva dinanzi la casa; qualcuno discorreva con la serva in cucina, e alla fine il mormorìo richiamò la sua attenzione. Un limpido gorgheggio sur un albero lì presso le impedì d’intendere una domanda fatta da una voce maschile, ma poichè l’usignuolo si tacque, udì distintamente la risposta di Menica:
— No, signore, non può tardare; glie l’ho già detto. Ma vada ancor a vedere in parrocchia. Non l’ha trovata nè in casa, nè in giardino, la troverà in parrocchia.
— Chi può cercar di me a quest’ora? — pensò Liana. — Don Prato forse?
Trattenne il respiro... Più nulla? Sì, sì, un passo. Il piede è agile, leggiero. Non può essere il prete. E poi, e poi... Dio che batticuore! Volle alzarsi, andar incontro a colui che stava per comparire, ma le ginocchia non la ressero; ricadde e si sentì alla nuca, alle gote, alle tempie quel sottil gelo che annunzia lo smarrimento dei sensi.
Si riebbe subito. Massimo era lì, curvo sopra di lei e le parlava, e le diceva tante tante cose con voce vibrata, con pause brevi, profonde, più espressive d’ogni parola. Ella rimaneva seduta, palpitando sempre, palpitando forte, mormorando interrottamente:
— Sì, sì... Ma basta, basta! So tutto. Non mi dica più niente... Aspettavo... Desideravo anch’io... lo ammetto, lo confesso. Cosa vuole di più?
Ma egli non ascoltava, non badava; egli non pregava, non implorava; egli non pareva più quel d’una volta: aveva espressioni ardite, accese, quasi insensate, espressioni piene d’un’arcana forza persuasiva, e alzava ancora, alzava sempre la voce.
Alla fine, vedendo che non riusciva più a chetarlo, Liana scosse da sè ogni languore, gli gittò le braccia al collo e gli chiuse le labbra con un lungo bacio mordente.