La vecchia carrozza massiccia procedeva lentamente, tirata da Grigio e da Moro guidati da Devalle. Seguiva un gruppo di dieci contadini con fardelli, bisacce, arnesi rurali in ispalla. Massimo aveva lasciato il cavallo a Robelletta, e camminava a piedi, baldo e leggiero, ora a destra or a sinistra del legno.

Adempiva la promessa fatta alla madre: tornava a Torino, ma aveva con sè l’amica sua, poteva mirarla, parlarle, sorriderle. Il sogno inenarrabile, al quale non aveva mai osato aprire interamente il suo cuore, si stava avverando. La sera prima aveva parlato lungamente, ferventemente con Liana del loro avvenire, trasvolando su tutte le circostanze che potevano ritardare ancora la loro unione. In due cose s’erano trovati d’accordo: il gran bisogno di quiete che sentivano entrambi, la necessità di non separarsi più a nessun costo.

E Liana aveva consentito a partire. Rincantucciata in fondo al legno, contraccambiava le parole colle parole, i sorrisi coi sorrisi; frattanto si provava a investigare il passato, ma si trovava impedita da una specie d’abbagliamento che le pareva d’aver dentro la fronte. Le cose erano cambiate per volere di Dio: credeva di scorgere nella serie dei tanti accidenti avvenuti come una traccia disposta da Lui per congiungerla a quello che doveva renderla pienamente felice. Ma lo era pur stata tanto nel breve tempo che aveva vissuto con Ughes!... L’effetto che questo nome le cagionava nello spirito era inesprimibile. Rabbrividiva pensando che si sarebbe sempre trovata senza difesa contro il ridestarsi improvviso di certe memorie. Eppure non aveva alcuna ragione di stimarsi colpevole. Tornando a grado a grado alla serenità normale, passando a un altro amore, ella non aveva fatto che obbedire a una legge naturale, forse a una legge conservatrice del mondo... Perchè struggersi in un lento martirio, mentre si sentiva un tesoro d’affetti nel cuore, mentre aveva tanta tanta sete di vita?... Così ragionava; ma intanto la sua coscienza continuava ad attristarsi d’un indefinibil rimorso. Perchè, perchè questo turbamento crescente? V’era dunque un’affinità, una rispondenza occulta tra l’anima sua e il tempo che si veniva spaventosamente rabbuiando? La burrasca imminente le annunziava forse una nuova sciagura?

Indietro il cielo era sgombro e sereno; davanti tutto occupato da lunghi nuvoli, che in alto figuravano come una immensa chioma grigia, tormentata gagliardamente dal vento, in basso finivano in una linea nera, quasi parallela all’orizzonte. Da questa scendevano grandi striscie di pioggia, plumbee sur un campo livido. Il tuono rumoreggiava irosamente; le vette degli alberi oscillavano al vento, che or si quetava, ora soffiava più forte, portando da lontano un grave odor lutulento.

Passate le prime case di Lombriasco, l’acqua cominciò a venir con furore, mista con grandine. Bisognò riparare in un’osteria. Massimo fece portar da bere ai suoi uomini, poi entrò con Liana nella cucina, che era insieme la sala. Si misero a sedere uno in faccia all’altra ad un tavolino; e, mentre Liana pensierosa volgeva l’occhio ora sul palco affumicato, ora sulle pareti scalcinate, Massimo le veniva comunicando nuovi disegni e nuove speranze. Arrivando a Torino, egli l’avrebbe condotta all’Albergo Reale, e cercato quindi il modo di farla trovare con la contessa. Niente di più facile, a parer suo, che guadagnarne l’animo interamente, definitivamente. Il suo cuore presentiva anche prossimi la liberazione e il ritorno del conte. E lui pure, vedendo Liana, non avrebbe potuto tenersi d’aprirle le braccia.

— Diavolo! — esclamava, battendo il pugno sulla tavola. — Ne abbiam passate delle brutte, n’è vero? Delle bruttissime n’abbiam passate; ora che si respira, ora che la va benone, tutti devono voler vivere d’amore e d’accordo e in allegria.

Liana taceva, si sentiva l’anima come ammollita, come intorpidita. Or le pareva d’esser diventata molto molto vecchia, così che non metteva conto di pensare al futuro; ora invece provava l’impressione d’aver già vissuto quei momenti. Ma quando? Si rammentava confusamente d’essersi trovata un altra volta in una luce grigia e sinistra, attediata dallo stroscio dell’acqua che veniva alla dirotta. Forsechè s’era fermata in quel luogo con Ughes, al tempo del loro primo passaggio? Si sentì dentro come una scossa, una traffitta che le tolse il lume degli occhi. No, no, no: quel giorno c’era il sole, un bel sole, ed avevano passate l’ore del rinfresco a Carignano. Che significava questo garbuglio d’idee, questa sequela di reminiscenze ottenebrate? Perchè tutte o quasi tutte si riferivano ad Ughes? Possibile ch’ella lo amasse ancora? Ma se in quel momento stesso, mentre pensava a lui, riposava teneramente il suo sguardo su Massimo!

Intanto il tempo passava. Finalmente Devalle venne a dire che si poteva andare, che anzi conveniva rimettersi subito in viaggio.

Trovarono la strada fangosa da per tutto, guasta ed allagata in più punti. L’andatura dei cavalli diventò ancor più lenta e affaticata. Appena a Carignano, Massimo, vedendo ch’era ormai impossibile arrivare a Torino prima di notte, stette in fra due di fermarsi addirittura a pernottare dov’erano, o di pigliare un calessino e proseguir solo con Liana. Ma poi, riflettendo meglio, rammentando la sua promessa, pensando ai malviventi che andavano attorno, decise di non fare nè una cosa, nè l’altra. Rimanendo avrebbe scontentata e tenuta in apprensione sua madre; lasciando indietro i suoi veniva a privarsi, in caso di pericolo, d’un aiuto valido e pronto. Del resto poi si sentiva pieno di fidanza nelle proprie forze, nel proprio destino; pieno d’una volontà lieta ed intrepida che tutto abbelliva.