Si avviarono di nuovo, appena ripreso vigore. Adesso avevano dalla loro anche il tempo: le nuvole s’erano alzate e attenuate per modo che per tutto traspariva il sereno; le piante, lavate e riavute dall’acqua, verzicavano più belle di prima; sulle foglie e sui rami, le gocciole, tocche dal sole che piegava al tramonto, brillavano di tutti i colori dell’iride.
Di mano in mano però che andavano avanti, trovavano la strada men malagevole, e i cavalli procedevano con passo più libero e sicuro. I contadini, ai quali il padrone aveva fatto per due volte buonissime spese, cominciarono a motteggiare, e facevano a chi le diceva più belle. Dopo un poco Massimo aprì lo sportello, montò lesto e si accomodò accanto a Liana. Dubitava di non essersi spiegato ancora abbastanza, di non aver saputo esprimere efficacemente come, quanto l’amava. Voleva ripeterle che si sentiva consumato, divorato dentro dalla brama di appartenerle, di consacrarle tutti i suoi pensieri, tutto il suo tempo, di darsi interamente e con tutta l’anima a lei. Non riesciva neanche più a comprendere come avesse potuto viver lontano!... Pensava che avrebbero poi fatto bene, a suo tempo, a ritirarsi in campagna, in qualche luogo appartato, remoto, ove però vi fosse modo di adoperarsi anche un poco in altrui servizio e vantaggio. Del resto si rimetteva, si affidava in lei pienamente. Stava in lei il decidere. D’ora in poi ella doveva comandare, egli ubbidire. E seguitando a dichiarare il suo amore, cercava di rannodare alla meglio i pensieri, i casi della vita passata con l’insperata fortuna presente: dando o chiedendo timidamente spiegazioni di parole, d’atti, d’inezie rimaste oscure e dimenticate, e che ora rinascevano, si ravvivavano a furia. Egli veniva mettendo tra mezzo alle sue frasi, quasi inconsapevolmente, qualche soavissimo nome d’amore; e, quando il cuore provava troppo più che non potesse esprimere, le baciava le mani, le gote, i capelli.
Liana commossa, sopraffatta, rispondeva sommessamente come per non essere udita da chi era fuori; non ricambiava le carezze, ma non le sfuggiva e non faceva alcuna forza per tener lontano l’amante.
Di repente ella gli si svincolò dalle braccia con un gemito sordo, con un moto convulso di tutte le membra; poi, chinato il capo, si strinse le tempie fra le palme e rimase alcuni istanti come presa da timor panico, incapace d’articolare parola.
— Che c’è? — domandò Massimo, turbato. — Che cos’hai? Cos’hai visto?
— Niente — rispose Liana. — M’è venuto un capogiro... Cioè no, è stato un abbaglio: ho creduto di vedere comparire un uomo allo sportello, e non c’è nessuno. Non è vero? Non c’è nessuno.
Massimo si sporse, guardò, crollò il capo. Tacquero tutti e due. Dopo un poco Liana aperse le labbra con impeto, poi si contenne.
— Liana? — disse il giovane, con maggior passione che mai.
Ella esitò un istante, e ripetè piano:
— Non c’è nessuno, e non ci può esser nessuno: la persona che ho creduto di vedere, non è più di questo mondo.