Massimo saltò a terra.
— Cosa c’è? — domandò. — Cosa volete?
— Di qui non si passa, senza il permesso dei superiori.
— E chi sono i tuoi superiori?
Colui, invece di rispondere, cacciò un fischio. Nella cascina si levò un ronzìo come in un nido di calabroni. Cinque, sei, otto ombre nere sbucarono dal portone, arrivarono correndo alla maledetta.
Massimo accennò prestamente ai suoi di serrarsi alla carrozza.
— Cosa c’è? — domandò a quel dello schioppo, una specie di frate, con le maniche rimboccate fino al gomito, la tonaca tirata su, e un antico spadone al fianco.
— Giacobini che scappano — rispose l’altro.
— Ma non vedi che vado verso Torino?! — esclamò Massimo.
Si sentiva bollire il sangue nelle vene; si pentiva già amaramente di non aver presa una risoluzione rapida, immediata. Bisognava slanciarsi sull’uomo di piantone, senza lasciargli fare un sol gesto, afferrarlo per il collo, atterrarlo, imbavagliarlo, e tirare di lungo. E anche adesso, se fosse stato solo...