Girò l’occhio intorno, mordendosi il dito: i briganti erano almeno una trentina, e ne comparivano altri che parevano balzar di sotterra.
Un brutto figuro vestito di rosso, con un gran tricorno di sotto al quale uscivano i capi d’un cencio che gli fasciava le tempie, si accostò a Massimo e lo pregò, con fare sdolcinato, di pazientare un pochino, e l’accertava che l’indugio non sarebbe stato lungo. Gli altri si misero a ridere sguaiatamente.
Il figuro intonò un suo turpe ritornello; e subito alla sua voce s’accompagnarono parecchie altre. Poi si gridò:
— Il maggiore! Il maggiore!
Il maggiore, un bell’uomo alto e ben fatto, era in grande uniforme da ulano, ma aveva in testa un berretto da notte; fumava una lunga pipa, e camminava a braccetto con un prete; lo seguiva una specie di guardia del corpo: sei o sette uomini, con lancie, spuntoni, e falci immanicate al rovescio.
— Senta — gli gridò Massimo da lontano, — sono stato fermato, trattenuto non so con che diritto... Mi faccia il piacere...
— Un momento — rispose molto garbatamente il maggiore: — mi favorisca il suo nome.
— Sono il conte Claris, e vado a Torino per...
— Scusi, il conte Claris è in Francia. Lo so di sicuro.
— Ma io sono suo figlio...