— È vero! — esclamò il prete che stava accanto al maggiore. — E io che non lo riconoscevo! È perchè ha la voce un pochino alterata. Sono io, sor contino, sono don Macari.
— Meno male! — ripigliò Massimo. — Sa che è una bella storia, questa! Mi raccomando a lei.
— Si figuri!
E il prete si voltò verso il maggiore, che mostrò d’assentire con un cenno. Massimo ringraziò don Macari, salutò, si ricacciò nel legno. I cavalli si mossero.
— I miei ossequi all’illustrissima signora contessa — aggiunse ancora il prete.
— È lì anche lei — susurrò una voce: — è lì dentro rimpiattata in un angolo.
— Ohe! ohe! — gridò più di uno. — Bisogna vedere, bisogna vedere... Alto! Alto là!
Liana afferrò il braccio di Massimo, glielo serrò forte:
— Siamo perduti! — mormorò. — Sei armato. Promettimi, giurami di non lasciarmi diventar preda di costoro...
— Silenzio! Coraggio! — rispose il giovane con i denti stretti.