— La lanterna! — ordinò il maggiore. — Su, alzate la lanterna!

Un raggio insolente ferì Liana dirittamente nel viso.

— Avanti! — urlò Massimo. — Devalle avanti, per Dio!

S’udirono battimani, voci e risa beffarde. In quel momento i cavalli staccati, bastonati, punzecchiati, trottavano pesantemente, l’un dietro l’altro, verso la cascina.

— Massimo! Massimo! — supplicava Liana raccapricciando. — Non lasciarmi cader nelle loro mani. Non voglio. Pensa!... Massimo, viva no in quelle mani, viva no! Sono tua, uccidimi tu. Moriamo insieme.

E gli si stringeva sempre più addosso; egli la respingeva inconsapevolmente per guardar da una parte, per guardare dall’altra, quasi sperasse di scorgere un rifugio, un asilo, una via aperta alla fuga per virtù di un miracolo. A un tratto tornò a urlare:

— Devalle! Alesso, Giberto, Barbero, aiuto, per Cristo!

Ed ecco il legno urtato, spinto, trascinato avanti di qualche passo. Eccolo di nuovo arrestato. Ecco correre all’intorno un calpestio furibondo, un’agitazione frenetica di corpi; e urli, rantoli, gemiti, bestemmie: voci e strepiti d’uomini ferocemente alle prese. Massimo, quasi fuori di sè, volle buttarsi giù a corpo perduto. Non potè aprire, non potè smontare. Cacciò fuori le pistole, imprecando, fremendo, digrignando: aveva in pugno la vita di due uomini, ma eran tanti! eran tanti!

Ricadde seduto. Liana, con le mani giunte dinanzi alle labbra, ripeteva sempre:

— Moriamo anche noi, moriamo anche noi...