S’interruppe e rivolgendosi a don Prato con un’aria cupa e maliziosa, soggiunse:

— A Murello poi son giacobini tutti e due.

Il parroco, che masticava gagliardamente, si scosse e guatò don Macari.

— Già — balbettò poi — ma... ma bisogna distinguere.

— Cosa volete distinguere? — domandò l’altro quasi ruvidamente. — Non è più il tempo di fare distinzioni.

Le orecchie di don Prato diventarono purpuree.

— Santa pazienza! — diss’egli — lasciamo star Bechio, che, con riverenza parlando, non è che un bestione; ma io dico così che se tutti i giacobini fossero come sor Luigi, cioè come il dottor Ughes, si potrebbe... si potrebbe...

— Toh! — fece bruscamente il cavaliere Mazel — Ughes, eh? Adesso mi ricordo: Iunod, Chantel, Pico, Cerise, Botta, Pelisseri, Ughes, e via dicendo. Insomma uno dei fanatici del ’94. Con quel viso? Con quel fare? Fidatevi dell’apparenza! Cospetto, cara contessa, siete stata nelle mani d’un congiurato; dovete il miglioramento della vostra salute a un fautore d’idee democratiche a tutta oltranza!

La dama Ghigliestra giunse le mani e alzò gli occhi per ringraziare il cielo, che aveva scampato la contessa da tanto pericolo. Domandò poi:

— E adesso è qui?