La moglie del vassallo raccontava la storia d’un suo vecchio fratello, comandante d’un borgo remoto, dove l’aria era cattiva e pessimo il vino; si trattava di far noto il gran desiderio che aveva colui d’essere trasferito più vicino alla capitale, ma ella non osava parlar chiaro e andava per le lunghe noiosamente, e non la finiva con le digressioni, le circonlocuzioni, le pause.

— Un uomo che finchè fu giovane ha servito il paese nella milizia... e sempre con onore... La rivalità d’un superiore lo fece cadere in disgrazia, sicchè non ottenne mai gli avanzamenti che si meritava... Non li ottenne proprio mai! Poveretto, e adesso ch’è vecchio gli tocca fare una vita!... L’ho già detto, eh, che ha coltura, dottrina? Non è mica solamente un soldato, un sabreur: mi scrive delle lettere che non finiscono più... Ma il suo forte sta nella musica. Se sentisse, contessa, come tocca il cembalo! È poi anche molto abile in fare la calza, e potrebbe competere con una donna... Non dico questo per fargliene merito, lo dico perchè è la pura verità.

La contessa accennava di tanto in tanto del capo mostrando d’intendere appieno; ma aveva il pensiero rivolto a tutt’altro.

I politicanti stavano tutti e quattro con la testa alta, col petto in fuori, con aria di gravità e d’altura, quasi che da quel colloquio potesse nascer cosa di gran conseguenza. Parlavano moderando la voce e il gesto, da persone bennate, implicitamente e incondizionatamente d’accordo. Tenevano in mano le lor tabacchiere; or l’uno or l’altro batteva la sua e l’offriva aperta ai compagni. Seguiva un coro di rumori nasali, un lungo scoccar di dita nelle gale del petto.

Don Prato e don Bonhomine giravano passo passo intorno alla vasca, chiacchierando bonariamente del più e del meno, e cercando d’intravvedere qualche pesce.

— E Massimo? — pensava la contessa, che nè lo vedeva, nè distingueva la sua voce fra gli strilli, le risate, le esclamazioni di tripudio e di maraviglia che scoppiavano nel prato. — Che cosa fa? Dove può essere andato?

Massimo, che alzandosi da tavola moriva di voglia di star un po’ solo, aveva prima pensato di chiudersi in camera, poi invece s’era semplicemente sdraiato sul piccolo canapè del ridotto. Maledetto pranzo! Senza di questo, egli se ne sarebbe andato tranquillamente a Murello. Poteva darvi almeno una scappata e tornare prima che gli invitati lasciassero la villa? Adagio un po’: per un ufficiale, per un nobile, per un giovane appartenente a una famiglia che tributava alla monarchia un culto quasi divino, frequentare la casa di Ughes, diventava adesso una cosa assai grave. Adesso, pur troppo sapeva chi egli era!... Ma, santo Dio, lo sapeva anche prima! A che negare! Appena conosciuto il medico, appena udito il suo nome, aveva immaginata la verità, perdendola poi tosto di vista, incantato, rapito dalla bellezza di Liana, dalla dolcezza dei suoi modi. Ecco: il pensiero di lei l’aveva occupato subito tutto, abbacinandogli e gli occhi e la mente. Che fare, ora che non era più lecito conservare neppure l’ombra d’un dubbio? A che partito appigliarsi? Poteva sperare che il medico avesse cambiato opinioni? Sentiva bene che non era possibile. Doveva renderselo benevolo, amico, guadagnarne l’animo e cercar di convincerlo? Ardua impresa! Ughes era riservato, sagace, troppo superiore d’ingegno e di forza... E intanto che rispondere alla contessa, se lo avesse interrogato? Che opporre nel caso in cui gli avesse vietato di tornare a Murello? Come mettere d’accordo la sommissione, il timor figliale con la brama di continuare a veder Liana? Non era forse un pretendere di voler conciliare l’inconciliabile?

Si sentiva pieno il cuore d’un’incertezza, d’un’angustia indefinibile, parendogli vedere anche in questo l’infallibile indizio d’una fatalità che lo perseguitasse.

— Basta — diceva tra sè — mi governerò secondo le circostanze... Vedremo stasera... Vedremo domani.

Cercò col pensiero qualche altra cosa importante, per applicarvelo tutto; non ne trovò nessuna. Non potendo distrarre la mente, volle almeno occupare gli occhi: si rizzò a sedere e si affissò nel ritratto del Re, che pendeva dalla parete di contro. L’aveva sempre veduto lì, e non s’era forse mai fermato a guardarlo. Chi sa perchè? Non s’intendeva di pittura e non poteva giudicar dal suo valore come dipinto, ma gli pareva pure assai grossolano. Era almeno rassomigliante? — Sì e no.