Vittorio Amedeo era rappresentato con una piccola testa bianca e rosa, dai lineamenti spiccati e sottili, dalla fisonomia lieta, piacente, graziosa, posta sur un corpo grande e robusto, atteggiato da despota. Ritto in piedi, appoggiava la destra sur un bastone scarlatto, seminato di croci; nella sinistra, arrovesciata sul fianco, stringeva i guanti rabescati, di pelle. Portava un abito rosso di nobil tintura, con rivolte turchine; una sottoveste turchina, l’uno e l’altra riccamente gallonati d’argento. Una gran sciarpa azzurra gli cingeva la vita; una tracolla dorata sosteneva la sua spada; e non gli mancava nè il collare della SS. Annunziata, nè la croce dei Ss. Maurizio e Lazzaro in mezzo alla corazza. Le gambe calzate di ghettoni attillati e guerniti di sproni, si disegnavano scure sulla porpora d’un manto amplissimo, foderato d’ermellino, scendente con inverosimile ragione di pieghe da una tavola d’oro, fra un barocco affastellìo di emblemi.
Il giovane, davanti a quell’effigie, ch’era stato abituato a considerare come il simbolo d’un’autorità sacra e illimitata, smarriva insensibilmente ogni idea del presente, si sentiva avvolto in un movimento confuso di ricordanze lontane.
Si vedeva piccolino, condotto a spasso dalla governante sotto i portici della contrada di Po. Il tempo era dolce e piovoso. Ad un tratto la gente cominciava ad agitarsi; correva di bocca in bocca una voce: — Il Re! il Re! — La governante si fermava, e gli metteva prestamente in mano il cappello. Re Vittorio, barba Vittorio, come lo chiamavano tra loro i soldati, compariva e veniva avanti col collo un po’ torto, come il gran Federico, su cui si modellava; con una divisa militare semplice e usata; accompagnato da un sol gentiluomo; seguìto da due soli camerieri in modesta livrea.
La folla riverente faceva posto, ed egli a ringraziare con atti e sorrisi, con un viso che pareva dire: — Sicuro, sì, sono Sua Maestà, ma amatemi pur tutti come un padre!...
Infatti nelle cose tutte della città, del piccolo Stato quieto, si sentiva in quel tempo larga e paterna l’ingerenza reale. Nel nobile ceto poi nulla si deliberava, nulla si faceva senza riferirsi alla suprema autorità. Non passava giorno senza che Massimo udisse nominare il Re; in casa, a proposito di questa o di quella faccenda domestica; fuori, dai parenti e dagli amici, a proposito di questo o di quel partito da prendere.
Rotta la guerra, per lui subito questo nome era diventato sinonimo con quello di patria.
L’aveva gridato tante volte in battaglia, mentre intorno intorno la Morte menava freneticamente la falce. E come aveva sofferto quando gli era parso di vedere che il Re, il suo Re, non si mostrava della casa ond’era nato, e piegava la fronte, invece di alzarla arditamente e provare di avere per nulla il destino; come aveva fatto novant’anni prima un altro Vittorio Amedeo, al quale pure non era rimasto altro bene che la sua spada e le sue pistole!
Ma il povero Re era morto, ed egli ora gli rendeva giustizia. Alla fin dei conti aveva saputo sostenere quattro anni di guerra contro ai primi soldati d’Europa; mentre doveva guardarsi e dall’alleato che gli stava a tergo, e dai rivoluzionari disseminati per tutto.
E Luigi Ughes era stato uno di questi!
Balzò in piedi, uscì nel cortile, poi nel viale, poi nei campi. Andò vagando a lungo, senza direzione, senza riuscire a dar corso alla passione che lo agitava.