Stato così un momento, strabuzzò gli occhi, li piantò in viso al medico e fece un gesto rapido e strano.

Ughes, che assuefatto alle sue giuocate era altrove, si scosse e impallidì.

— Cosa c’è? — diss’egli con voce alterata.

— C’è che gli amici hanno bisogno di lei — rispose subito Bechio.

— Gli amici! Quali amici?

— Quei di Racconigi. Ma come? Lei non sa che essi si valgono di me per comunicare di straforo con Moretta, Villanova, e talvolta perfin con Saluzzo? Ieri sera c’è stata adunanza. A Torino par che la polizia abbia subodorato di nuovo qualche cosa; si fanno arresti, e si acchiappano naturalmente quelli che sono al buio... D’altronde la bolle tanto forte che converrà anticipare. Si tratterebbe di saltar su ai primi di luglio, o al più tardi alla metà, senza aspettare l’agosto. E questa volta nessuno dovrà mancare. Bisogna, come diceva Boschis appunto ieri sera, che gli anelli della gran catena siano tutti a posto e stiano saldi come un acciaio. Tutti quelli che hanno fatto il giuramento dovranno... Basta, sentirà. Io ho già detto anche troppo.

Ughes intanto, coi gomiti appoggiati alla tavola ed il mento nelle mani, s’era posto a pensare.

Bechio riempì il suo bicchiere, lo votò, si asciugò il muso con la manica e ripigliò:

— Non che non mi fidi di lei, sa; ma Fidati e Nontifidare eran fratelli... E la lingua non ha osso ma fa rompere il dosso. Insomma l’affare è bene incamminato; questo glielo posso ancor dire. Stavolta non c’è pericolo di restar isolati. Ma bisogna decidersi, ohè! Come diceva Govean ieri sera: — Se non diamo fuoco in tempo alla mina, troveremo chi ci strapperà di mano la miccia. — Parole d’oro, eh? Non le pare?

— Cosa devo fare? — domandò Ughes, ritornato interamente padrone di sè.