— Nient’altro che questo. Giovedì mattina lei va a Racconigi. Arrivando al ponte di Macra vedrà un pescatore, a diritta. Come può darsi che ce ne siano degli altri, il nostro è un uomo sui cinquant’anni, alto, asciutto, con la pelle color mattone; sarà scamiciato, avrà un cappello da miliziotto e un nastro rosso al codino. Scenda giù sulla riva come per veder pescare. Si sentirà dire così: — Eh mio caro signore, i pesci grossi mangiano i piccoli. — Lei risponda subito: — Sì, ma guai se i piccoli si mettono d’accordo! — Basterà. L’uomo gl’indicherà il modo di veder Boschis, Rubatti, Govean e gli altri.
Diede di piglio alla bottiglia, la scrollò; sentendola vuota, fece scoppiettare le dita e si alzò.
— Ecco fatto — conchiuse con aria d’importanza, avviandosi all’uscio. — La commissione io l’ho eseguita. Adesso tocca a lei. Si ricordi sopra tutto che in bocca serrata, non entrò mai mosca. Viva la libertà, e buonanotte!
Menica venne a chiudere la finestra, a sprangar l’uscio del giardino, poi domandò al padrone se comandava altro.
Questi accennò del capo, senza rispondere e puntati i pugni alla tavola, si alzò. Ma rimasto solo, si lasciò ricader sulla seggiola e si coprì con le mani la faccia. Dio santo! come tutto gli appariva cambiato! Ciò che altre volte stimolava gagliardamente il suo desiderio, ora non aveva più nulla di desiderabile. Il possente suo nobile ardore era svampato, chi sa? forse per sempre. Anzi sentiva dolore, quasi rimorso dei passi già fatti. No, no, no, egli non era nato per fare il cospiratore, il settario e simili; per l’addietro, pur troppo, egli era andato a fortuna e non a criterio. Ma ora li aveva veduti questi famosi patriotti.
V’erano eccezioni, e ne aveva conosciute parecchie; ma per i più l’ideale era sempre la Francia di Robespierre e di Marat. In sostanza tutt’un miscuglio, un guazzabuglio infernale d’ogni sorta di gente. Ambiziosi che si buttavano ai partiti estremi perchè lasciati a parte, o non appagati mai dal Governo; prepotenti che volevano sì la libertà, ma per loro soli, convinti che per far predominar le loro idee non vi fosse altro mezzo che soffocare spietatamente quelle degli altri; malvagi cupidi di pescare nel torbido, o disposti a vendersi al maggiore offerente; e con questi, e dietro a questi, tutta una turba di disonesti, d’illusi, di esaltati, di balordi, di matti. Quant’erano poche le menti illuminate, gli animi retti!
Inorridiva anche adesso, rammentando che tre anni prima il club, di cui faceva parte, aveva scordata obbrobriosamente la patria e contratte pratiche col nemico: profferendosi, chiedendo denaro, comunicando, in tempo di guerra, carteggi, notizie, disegni. Egli però s’era sempre opposto ai partiti violenti e feroci; in più d’una conventicola aveva animosamente sfidato l’ira e le minaccie di quelli che volevano si giurasse morte ai principi ed al Re.
Durante il suo esilio, egli aveva avuto campo di far lunghe e profonde riflessioni; il sentimento d’avversione per le macchinazioni, le combriccole s’era reso in lui più vivo e più forte. Tornato in patria, gli amici avevano ricominciato a dargli ragguaglio delle loro mene; ma poi, trovandolo chiuso e distratto, avevano finito per lasciarlo tanto in disparte ch’egli era rimasto al buio d’una nuova e terribil congiura, ordita con stranissima audacia in palese, cioè negli alberghi, nei caffè, nelle case, nelle strade della città di Torino.
La mattina di domenica, 22 gennaio, andando un po’ a diporto con l’avvocato Oliveri e con Liana, aveva osservato in piazza Castello e in piazza Reale, un tramenìo di gente, affatto insolito in quell’ora. Si vedevano adunanze parziali, piccoli crocchi; un gestir minaccevole, un accennar misterioso, che avevano qualche cosa di malaugurato e di goffo ad un tempo. V’erano borghesi, mercanti, frati, preti della città; contadini dei dintorni; accattoni e vagabondi venuti di fuori via.
Che aspettavano? Che volevan costoro? Lì per lì, nessuno era riuscito a chiarirsi; neppure quelli che per ufficio avevano l’obbligo di stare in giorno di tutto. Ma presto erano cominciate le delazioni, le confessioni, le accuse. S’era venuto a sapere che il Re ed i suoi, nell’andare alla messa, avevano corso un pericolo orrendo. Quattro demonii arrischiati, appostati nella cappella reale, coi tromboni nascosti sotto i mantelli, dovevano sparare nel mucchio al primo tocco del campanone di San Giovanni. Nel tempo stesso, la tregenda dei congiurati, avvertita da due colpi di pistola, tirati l’uno sullo scalone del palazzo, l’altro in piazza Castello, si sarebbe precipitata all’assalto della reggia, della Cittadella, della caserma di Porta nuova, dell’Arsenale.