— Vedi bene che non ti credo.
— Allora ti dirò che sono stato chiamato a un consulto. Il medico curante fu già mio compagno di scuola; sapendomi qui, mi ha mandato un biglietto...
— Ho capito. E vi siete trovati d’accordo?
— Hm! così così. L’infermo è un vecchio, un vecchio del popolo minuto. Ha un’infermità grave e strana, che merita di essere studiata. È un bel caso, come dicono i barbassori.
Menica mise in tavola e non si parlò più di Racconigi.
Ughes vi tornò quattro giorni dopo; e seguitò ad andarvi, or nella mattinata, ora nel pomeriggio, poichè diceva d’aver promesso al medico Boschis di lasciarsi vedere di tempo in tempo per conferire ed accertare la cura intrapresa.
Verso la fine di giugno le malattie si fecero inopinatamente frequenti a Murello e nei paesi circonvicini. Ughes dovette faticare dalla mattina alla sera per prestare il servizio necessario.
Talvolta gli toccava uscire anche di notte. Diceva egli stesso ch’era la vita più dura che non avesse fatto mai.
Alla moglie che lo pregava spesso di prendere un po’ di riposo, rispondeva che alla fin dei conti non faceva che il suo dovere; non faceva nè più nè meno di quel che avrebbe fatto lo zio Vietti, se fosse stato ancora in vita.
— Egli è morto! — esclamava — ma non voglio che questa povera gente se ne risenta. Almeno fin che io starò qui.