— E poi? — chiedeva Liana. — Ti basterà l’animo di pregare i murellesi di cercarsi un altro medico?
— Non so niente. Ci penserò a suo tempo: fra quattro o cinque mesi. L’avvenire è nelle mani di Dio.
Così essi avevano cangiato vita. Le lunghe passeggiate giornaliere erano finite. Non uscivano più insieme che dopo cena, sull’imbrunire, e per aggirarsi intorno all’abitato.
Mentre il marito era fuori, Liana lavorava, leggeva ed accudiva placidamente alle faccende domestiche.
Ella non rimpiangeva i giorni trascorsi, era anzi lieta di vedere Luigi tornato con ardore alle sue occupazioni. Tanto più che le continue assenze, invece di intiepidire il suo amore, lo rendevano più ardente. Più ardente, ed anche, per così dire, più concentrato e profondo. Erano contemplazioni lunghe, mute, appassionate; erano effusioni di tenerezza e di commozione che lo spingevano a parlarle come nei primi tempi del loro amore. Egli si mostrava timido e desioso; e poichè la mano candida di lei talvolta, forse involontariamente, sfuggiva ai suoi baci infocati, egli pregava, supplicava, quasi che essa non fosse ormai sua, e per sempre. In verità pareva ch’egli in quel tempo non sapesse più come dare sfogo ad affetti troppo indomiti e bollenti. Accadeva pure che in certi momenti i suoi occhi restassero immobili e vitrei, o torbidi e come spalancati su una visione penosa; un osservatore più attento di Liana avrebbe potuto sospettarvi il travaglio insistente di un pensiero ineffabilmente molesto.
Verso la metà di luglio le cose cominciarono a prendere miglior piega e nel villaggio e nelle cascine; i malati diminuivano, le morti si facevano rare. Però l’epidemia continuava ad infierire a Racconigi; e Ughes annunziò a sua moglie che il medico Boschis stesso l’aveva presa e lo pregava di supplirlo.
Anche a questo Liana non trovò che ridire, e lo supplicò solo, teneramente, di aversi riguardo.
Per alcuni giorni consecutivi il medico andò via molto per tempo, ma tornò sempre regolarmente per l’ora del pranzo.
Una sera che i due sposi si godevano il lume delle stelle in giardino, Menica si affacciò all’uscio e gridò:
— Una lettera, una lettera, l’ha portata adesso Giantermo!