— Del babbo! — esclamò Liana, contenta. — Il cuore me lo diceva.

Rientrò subito, prese la lettera e fattasi presso al lume, vide sulla sopraccarta il nome e il cognome di suo marito.

— Roba tua — diss’ella a Ughes, che l’aveva seguìta. — Speravo che il babbo ci annunziasse il suo arrivo. Non è, e mi rincresce.

E andò in cucina per dare un ordine alla serva. V’era da un momento, quando Ughes comparve sulla soglia col lume in mano.

— Bada — diss’egli a Menica, quasi ruvidamente — stasera non voglio veder nessuno. Chiunque si presenti, dirai che son venuto a casa tardi, stanco morto, e che sono andato a letto. Hai capito?

Liana gli si era accostata, lo guardava fissamente.

— Che c’è? — domandò con ansietà. — Ti viene male? Vuoi prender qualche cosa?

— No, cara — rispos’egli con voce raddolcita. — Sto bene. Non ho bisogno di niente. Sto benissimo, anzi. Vieni andiamo su.

Ella gli si mise premurosa a fianco; salirono prestamente la scala. Ughes voltò nell’andito, in fondo al quale era il suo studio, vi entrò, sedette al tavolino, si pose a scrivere di foga.

Liana, in piedi, considerava suo marito, sul cui volto vedeva passar volando nuvole e nuvole di neri pensieri. Sentiva ch’era inutile cercar d’indovinare, e aspettava, torturata da questa impotenza.