La contessa ricusò con un atto quasi impercettibile; ma il cavaliere, presa la chicchera, intinse nella calda bevanda spumante una fettina di pan francese, e la recò, immollata a puntino, alle labbra. Dopo di che credette opportuno di avvertire l’astensione della dama.
— Oh! — fec’egli — e perchè?
— Perchè non ho appetito.
— Cioè non volete avere appetito.
Ella contrasse le ciglia e non disse altro. Il cavaliere sentì che il suo pensiero era altrove e le esaminò il viso: era pallida; e il pallido candor della pelle pareva lievemente annebbiato di livido al di sotto degli occhi.
— Ohimè — disse fra sè, contristato: — è dunque vero? La cara metà di me stesso un giorno più dell’altro si fa mesta ed accasciata!
Un anno prima, già angustiata da un cominciamento di pinguedine, la contessa Polissena s’era fisso in capo che ottimo partito fosse lo scemarsi il cibo, ch’ella usava pur già assai frugale; poi, sembrandole che questo non bastasse e volendo anche dar al suo vivere una regola più confacente all’età in cui entrava, si era rivolta ai medici. Il suo caso era stato lungamente e minutamente discusso, imperocchè bisognava stabilir nettamente, prima di tutto, se si trattasse d’una vera e propria malattia; poi, quando la cosa risultasse provata, se il male fosse di quelli che van combattuti fortificando il corpo, o distrutti debilitandolo.
Mentre i luminari della scienza consultavano senza nulla concludere, il buon cicisbeo non lasciava senza conforto il suo idolo. Egli si mostrava d’una galanteria senza pari, si stemperava in dichiarazioni ed in complimenti, coglieva tutte le occasioni per affermar gagliardamente che non l’aveva mai vista sì formosa, sì elegante, sì seducente.
— È inutile — diceva egli — una donna non può dirsi veramente bella se le manca l’espressione, e questa non si acquista che con la maturità; che è poi l’età perfetta dell’uomo e della donna.
Quanto alla delicata, scabrosa questione del magro e del grasso, chi la pensa in un modo e chi in un altro.