Mazel, benchè cavaliere cristiano, trattandosi di cosa affatto profana, non si adontava d’andar d’accordo coi turchi; i quali, essendo quei gran conoscitori che ognun sa, le donne improsciuttite e mummificate non le voglion neanche vedere.
Sapeva questo, perchè glie l’aveva detto un medico che era stato in Barberia a esercitar nei serragli; e aggiungeva una quantità di osservazioni scientifiche di nuovo conio, che destavano l’ilarità degli amici e talora avevano anche la virtù di rasserenar per un momento la stessa signora.
Ma quella mattina, lì da solo a sola, non sapeva più cosa dire; mandava giù pianamente una fetta dopo l’altra, pensando al modo di rompere un silenzio che incominciava a pesargli.
Alla fine, una voce sommessa chiese licenza d’entrare; e, ad una breve parola affermativa, Gringia, il maestro di casa, si presentò sulla soglia profondamente inclinato.
La contessa e il cavaliere si alzarono.
Nel cortile, riuniti davanti alla porta della cappella, i contadini e le contadine aspettavano per entrare che i padroni fossero a posto. Indossavano tutti i loro migliori vestiti. Gli uomini tenevano in testa cappelli a cencio o a tre punte, di sotto ai quali usciva il codino, attorcigliato in più modi. In quasi tutti si scorgeva lo studio d’aver negli abiti qualche cosa del militare; e ciò non per ostentazione o per moda, ma per impulso di persuasione, per spirito naturalmente marziale. Erano giubbe d’un taglio che davano aspetto di milite a chi le portava; casacche cenerine adorne di galloni, o addirittura vecchie uniformi riconoscibili al colore, ai bottoni, alle rivolte. Fra le donne, alcune avevan le treccie chiuse in una cuffia più o meno ricca di gale e di trine; altre la testa e le spalle coperte da un velo.
In un subito si levò un breve mormorìo, seguìto tosto da silenzio profondo. I signori entravano nella cappella dall’uscio laterale. Si vide Mazel porgere alla contessa due gocce d’acqua benedetta sull’estremità delle dita, segnarsi devotamente con lei, secondar con un inchino la riverenza ch’ella fece all’altare, e porgerle, accompagnandola al banco, il libro e il ventaglio.
Entrarono le persone di servizio; entrarono i contadini; e, alla fine, nel momento in cui il prete compariva all’altare, entrò anche Massimo, che andò a inginocchiarsi accanto a sua madre.
Il cavaliere gli lanciò un’occhiata severa, poi si trasse davanti una sedia e cercò subito di concentrar la mente in un pensiero di devozione sincera. Ma lo sguardo, fisso da prima sull’altare, salì pian piano, senza ch’egli se ne accorgesse, al gran vecchione bianco e barbuto dipinto sulla volta, ridiscese tosto sulla pianeta rabescata di don Bonhomine, si posò sul panno d’arazzo che pendeva davanti all’uscio, risalì fino alla finestra... e la trovò chiusa.
Così dunque l’aria pura e vitale non poteva venire ai suoi magnanimi polmoni che dalla porta che gli stava alle spalle, e l’intervallo era pieno di servitorame d’ambo i sessi e di villani d’ogni età.