— Ma è meglio, sa, — soggiunse l’uomo, vedendo Liana farsi ancora più smorta. — È meglio; il proverbio non falla: niuna nuova, buona nuova. Si faccia coraggio. Vedrà che il padrone tornerà presto...
Liana si spiccò da lui senza dir nulla; andò diviato al piccolo cancello di legno ch’era in fondo al giardino, e, per una breve stradetta che si apriva tra certi orti cinti di siepi, uscì sul piazzale della parrocchia. Cercava don Prato, e lo trovò subito, seduto all’ombra d’un grand’olmo fronzuto, con un libro aperto sulle ginocchia.
Il parroco l’accolse con cordialità gioiosa ed affaccendata; voleva condurla nella sua casa, posta quasi dirimpetto alla chiesa sulla via maestra; servirla di frutta, vin bianco, rosolio, e non si chetò se non quando s’avvide che Liana aggrottava sempre maggiormente le ciglia.
La giovane signora gli domandò senza preamboli che cosa pensasse della sparizione di suo marito.
— Sor Luigi è medico — rispose il buon prete, — e lei sa che i medici qualche volta sono obbligati a tenere il segreto... E poi a quest’ora se gli fosse accaduto qualche cosa si saprebbe. Bisogna sperar sempre bene, confidar in Dio, e... — E tacque non sapendo più come finire.
— Ma non c’è qualche cosa per aria? Non ha sentito dir niente?
Don Prato strinse le labbra, ne fece uscire un suono inarticolato.
— Hm!... A Fossano, ecco... sì: pare che a Fossano i patrioti abbiano, abbiano... Ma lei capirà che Fossano...
— E a Racconigi?
— Già già, anche un poco a Racconigi. Ma cosa vuol mai che facciano? Giovinotti, teste calde...