La signora si affacciò a capo scala; lo chiamò, lo avvertì d’attaccare.
— Ma scusi — esclamò Menica, sbucando anche lei dalla cucina, — è ora di desinare; non vuol prender niente?
Liana non l’udì, era già tornata in camera. Un momento dopo discese rivestita e in ordine, e si accomodò nel legno accanto al colono.
Sull’ampia distesa dei campi riarsi, l’aria brillava infiammata dal sole. Le cicale cantavano allegramente. La signora, tutta in sè raccolta, non parlava; e Gabriel, pur badando al cavallo, che andava d’un trotterello discreto, guardava spesso dinanzi ed intorno se apparisse qualche cosa di straordinario. Gli pareva che la strada avesse un aspetto insolito, niente piacevole, e non vedeva l’ora d’esserne fuori; così che, quando scoprì da lontano il castello di Racconigi, si riconfortò e lo salutò con la frusta.
Dopo un poco si videro apparire anche le vette degli alberi secolari del parco da una parte; e campanili, cupole, tetti dall’altra.
Già da un momento s’udivano spari, a intervalli brevi, quasi misurati.
— Cosa diavolo fanno? — mormorava Gabriel, fra’ denti. — Sarebbe bella che avessero cominciato ad ammazzarsi!
Ma arrivando al ponte di Macra, vide che sull’altra sponda, sur un tratto di terreno sterposo confinante col greto, era stato piantato il gioco dell’archibugio.
— Perdiana! — diss’egli. — Tutti al tavolazzo, tutti al tavolazzo! Vogliono farsi forti contro i soldati del Re!
E, spiegata alla signora la ragione di quei colpi, spinse il cavallo sul lungo ponte di legno.