Dansons la Carmagnole,

Vive le son du canon!

Altri, passando, si cacciavano in mezzo, scompigliavano e rompevano il cerchio, urlando: «Ça ira, ça ira, ça ira!» o qualche altro ritornello esotico e rivoluzionario.

Tra la folla più fitta, più varia, più agitata, formata in gran parte di artigiani, manovali, lavoranti di campagna, operai, si aggiravano uomini dalle facce dure, stravolte, sinistre; che quelli del luogo non si ricordavano d’aver visto mai.

Sur un tratto sgombro, ma invaso ad ogni momento, un giovane vestito d’un abito grigio da molinaro, con calzoni di pelle e un cappello da soldato coperto di tela incerata e gallonato, si scalmanava a insegnare il maneggio del fucile ad una dozzina di ragazzacci muniti di bastoni.

Più oltre, un altro giovane alto e smilzo, con una criniera rossa ed arruffata, predicava al popolo, ritto sopra una seggiola. Ad ogni pausa, quelli che erano più vicini e potevano udire, vociavano e battevano le mani; gli altri stavano guardando come davanti a una baracca di ciarlatani, o chiacchieravano tranquillamente fra loro.

Qua e là sorgevano banchi ove si vendevano nastri tricolori per gli occhielli, coccarde e distintivi per adornare i cappelli. Si attaccavano alle cantonate affissi, manifesti, grandi iscrizioni, su cui si leggeva: Viva la Francia! — Viva il signor generale Bonaparte! — Viva il principe di Carignano! — Viva la Repubblica! — Libertà, Eguaglianza o Morte.

La gente si faceva spettacolo di tutto, si fermava a leggere ed a commentare gli scritti; a osservare quelli che con palchi e scale toglievano le cifre e le insegne regie dalle facciate dei pubblici edifizi, o rompevano gli stemmi scolpiti, o davano di frego ai dipinti. Qua si tratteneva una squadra che veniva da una casa o da un convento, ove s’era fatta consegnar cibi e rinfreschi, e si guardava, si gustava, si pigliava, facendo sperpero ed abuso. Là si circondava una carretta piena d’armi da fuoco o da taglio, scoperte e requisite nella casa d’un nobile o d’un ricco; e in men che non si dice, schioppi, pistole, sciabole, spade, palosci, erano presi, esaminati, maneggiati, branditi; passavano da una mano in un’altra, e bene spesso sparivano.

Il caldo era intenso e molesto; il polverone sollevato da tanti piedi, agitato da tanti corpi, formava una nebbia gialla, densa, accecante.

Liana si sentiva come stordita; le cose apparivano e si confondevano all’intorno senza suggerirle alcun pensiero.