Ed ecco che quando meno se l’aspettava un’apparizione improvvisa, istantanea, le ferì gli occhi, le sconvolse il cuore. Vide, a un cinquanta o sessanta passi di distanza, uscir dalla calca ed entrar frettolosa in un portone una figura che, così da lontano, le parve aver il portamento e l’andatura, e perfino l’abito di suo marito. Si rattenne a stento dal gettare un grido, afferrò il braccio di Gabriel, lo costrinse a fermare e balzò a terra.

Prima che il colono avesse pensato a trattenerla, a domandare gli ordini, essa s’era già cacciata tra la folla e lottava per aprirsi il passo con disperata energia. Come fu giunta al portone, vi entrò; trovò un cortiletto sudicio e buio; da quello si passava oltre in un chiassuolo, che sboccava in una piazza.

La giovane signora andò più volte affannosamente innanzi e indietro per quegli andirivieni. Poi pensò che colui ch’ella aveva visto, chiunque esso fosse, poteva essere passato per di là solamente per abbreviare il cammino. Si dolse amaramente d’aver perduto tempo, e uscì sulla piazza. Continuò a cercare in quella e nelle strade vicine la forma umana che l’aveva colpita. Entrava nelle porte, negli anditi, nei vicoli, nelle corti; si fermava a guardare nelle botteghe, alzava gli occhi alle finestre; avrebbe voluto penetrare nelle case, visitarle tutte stanza per stanza. Dominata dalla fantasia eccitata, or camminava rapidissima, ora rallentava il passo; voltava a diritta, scantonava a manca; tornava bruscamente indietro, ripassando spesso nei luoghi pei quali era già passata.

Trovandosi davanti a una spezieria, le venne in mente di entrare e di domandare al padrone s’egli conoscesse per caso il medico Ughes di Murello. Questi la guardò inarcando le ciglia, e rispose che non lo aveva mai sentito nemmeno a nominare. Ella uscì ringraziando; e colui, dopo averle guardato dietro, si voltò al garzone e fece con la destra l’atto di cacciarsi le mosche dalla fronte.

Uscita di lì, Liana si sentì stanca e assetata. Guardò attorno: si trovava sotto un portico scuro, alto sulla strada di parecchi scalini. Si volse a una fruttaiuola e le domandò se potesse procurarle un po’ d’acqua. Questa la pregò di tener d’occhio il banco, andò, tornò con un bicchiere pieno, e parendole che la signora si reggesse a fatica, le offrì la sua scranna.

In quel momento di spossatezza delle membra, Liana si sentiva ricadere nello stordimento di prima. La visione si affievoliva, si offuscava, perdeva contorni e colore. Se dianzi era stata persuasa d’aver veramente intravvisto Luigi, ora cominciava a dubitare, e, subitamente, ricordando la affermazione del giovane con cui aveva parlato presso al ponte, si sentì convinta che suo marito era andato a Torino.

— Domani — pensava, — domani a quest’ora ci sarò anch’io.

Sarebbe partita per tempo; arrivata assai prima di sera. E dove cercarlo? Dove trovarlo? In casa non c’era, non poteva esserci in quell’ora. Bisognava aspettare. E aspettava.

Si internava con soave compiacenza in quella fantasia. Si figurava di essere nella stanza d’ingresso, sentiva un calpestìo su per le scale, due voci famigliari... Il babbo e Luigi rincasavano insieme. Ella apriva l’uscio pian piano. Dio! che sorpresa, che rimproveri, che abbracci! Si poteva bene soffrire queste angustie, per godersi una tal gioia!

Come rinvigorita da questi pensieri, la giovane signora si rizzò, ringraziò la buona donna, le fece accettare un piccolo compenso, e discese nella strada.