— Aspetta — proseguì suo padre. — Il partito delle persone avverse all’attuale sistema è numeroso, più numeroso di quel che si crede, tanto numeroso che il Governo forse non osa prendere alcuna determinazione per non svegliare imprudentemente un formidabile vespaio. Io immagino come una gran rete che tiene lo Stato da un capo all’altro. In ogni paese ci deve essere uno o più uomini fidati, pronti a mandar nuove, lettere, istruzioni. Si tengono adunanze segrete, conventicole d’ogni specie. Non c’è dubbio che adesso, per esempio, si cerca di dar ad intendere ai contadini che la roba c’è, ma che chi non vuol far le cose a dovere è il Governo. E si mette a rumore città e villaggi, con un pretesto che ha già servito in tanti tumulti: la carestia. Sicuro che i presagi per quest’anno sono sinistri: le pioggie, i bruchi, le scarse raccolte degli anni precedenti, l’abbandono dalle campagne, le provvigioni enormi che si sono dovute fornire, le contribuzioni, lo scapito della carta monetata, della moneta eroso mista...
— Ma parlami di Luigi! — disse Liana, giungendo le mani. — Dimmi dove credi ch’egli possa essere andato.
Oliveri stese dolcemente la destra verso sua figlia, poi riflettè un momento. — Tutto m’induce a credere che tuo marito appartenga sempre al partito dei novatori. Perciò si possono far tante supposizioni. Egli si può essere recato in qualche città dello Stato per combinar coi faziosi il giorno e i modi della sollevazione. Può essere stato mandato dai capi a dirigere, ad arrolar gente, a dar il segnale... È un male, vedi, ch’io non ci abbia pensato prima: sarei venuto qui, l’avrei tenuto d’occhio. Vedendolo pensieroso, cogitabondo, l’avrei interrogato...
— E ora — domandò Liana — cosa farai per aiutarmi?
— Stasera niente, sono stracco morto. Domani, la notte mi avrà portato consiglio. E adesso vediamo dove mi hai messo a dormire.
Liana condusse suo padre nella stanza che gli era stata preparata. L’aveva già lasciato, era già sull’uscio, quando tornò indietro e gli si slanciò nelle braccia, piangendo a calde lagrime stavolta, pregandolo d’aiutarla a ritrovare Luigi.
— Ma sì, ma sì, ma sì — diceva l’avvocato, accarezzandole i capelli. — Non son più il babbo, eh? Non ci ho che te al mondo, diamine!
La mattina seguente, quando Liana picchiò all’uscio di suo padre per sapere come avesse passata la notte, si sentì gridar: — avanti! — dal vicino studio di Ughes.
Oliveri, seduto al tavolino, scriveva una lettera; quattro altre lettere stavano già davanti a lui piegate e sigillate.
Sorrise, ma non alzò gli occhi, e Liana andò a sedere sul sofà per aspettare che egli avesse finito.